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Obi-Wan Kenobi 1×06 – Part VITEMPO DI LETTURA 7 min

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Recensione Obi-Wan Kenobi 1x06 FinaleÈ stato il segreto di Episodio III – La Vendetta dei Sith, fin dalla sua uscita tra i capitoli più graditi e amati da critica e pubblico, fan di lunga data dell’opera di Lucas o semplici “profani”. È lo stesso segreto di “Part VI“, ultimo episodio di questa mini-serie su Obi-Wan Kenobi, che riesce, proprio come all’epoca, a risollevare sul finale un’operazione in precedenza bersagliata da giudizi a dir poco negativi. Ancora una volta, allora, per “riportare equilibrio” nella sceneggiatura si è dovuto tornare sul tema, e sul personaggio, non a caso più affascinante ed iconico della saga: la caduta di Anakin Skywalker per mano del suo migliore amico, maestro e padre putativo; la melodrammatica e rovinosa trasformazione in Darth Vader, tanto intensa e struggente quanto è “ardente” la passione nei suoi confronti che lo perseguita, lo dilania e infine lo cambia nel profondo.
D’altronde, è come se la claudicante narrazione dovesse seguire le stesse modalità del compimento della profezia del “Chosen One” protagonista, appunto, e quindi passare inesorabilmente da un disastroso periodo oscuro, prima di una più luminosa e commovente risalita. Certo, in quest’ultimo caso, per nulla esente da difetti, purtroppo, ma comunque un rassicurante raggio di luce, dopo una sequela di episodi, e di relative scelte di scrittura, piuttosto discutibili.

“LA PAURA È LA VIA PER IL LATO OSCURO”


La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio alla sofferenza“, così il maestro Yoda, in Episodio I – La minaccia fantasma, sentenziava al piccolo Anakin, avvertendo più di qualche ombra nel suo futuro di cavaliere Jedi. Come anticipato, l’essere così volubile se non preda delle pulsioni terrene, la sua estrema umanità in sintesi, sarà tanto il punto di forza quanto di debolezza di Darth Vader, ciò che lo porta a diventare succube delle lusinghe di Darth Sidious, ma anche ciò che gli permetterà di sconfiggerlo per salvare i suoi figli. Ed è questa umanità che “macchia” l’addestramento di Obi-Wan, il suo non essere ancora pronto a fargli da “maestro” causa precoce dipartita di Qui-Gon (nello scontro con Darth Maul che, per l’appunto, è il Duel of Fate della saga; il più decisivo, indirettamente, per il percorso di Anakin), diventando così più “amico” di Anakin che sua vera e propria guida spirituale. Un senso di colpa, una sconfitta personale, che si ripercuote nel fatidico, sofferto e tanto epico duello della Vendetta dei Sith, a cui “Part VI” si riallaccia direttamente ed esplicitamente fin da quando i due, nuovamente faccia a faccia, imbracciano le spade laser, ossia dal “farò ciò che devo” con cui Obi-Wan inaugura lo scontro finale.
Il senso del dovere che contrasta con la volontà interiore è il conflitto che caratterizza il loro legame, il loro vissuto e, di riflesso, il loro combattimento. Si parte dal “master” con cui Darth Vader si rivolge ad Obi-Wan pensando di averlo sconfitto, per finire con la commovente presa di coscienza di un magistrale (al solito) Ewan McGregor con quel “then my friend is truly dead“, davanti al volto ormai deforme e trasformato dietro la maschera spezzata del Sith. Ancora una volta Anakin perde contro il proprio maestro, e continuerà a perdere, a sua insaputa, anche quando in Episodio IV riuscirà ad avere la meglio, uccidendolo. In mezzo c’è tutta la storia del loro rapporto, nonché la definitiva conclusione, regalando così anche un senso all’intera serie.
Entrambi, infatti, riescono a “liberarsi” a vicenda del loro legame, della rabbia, della delusione e dei rispettivi sensi di colpa che provano l’uno con l’altro. Anakin, che dopo essere stato chiamato così per l’ultima volta da Obi-Wan, porta a compimento la sua trasformazione in Darth Vader (e da questo quel “Goodbye Darth” di McGregor, va detto, non proprio riuscito benissimo), affidandosi ora totalmente al suo altro “master“. Il protagonista che trova la sua pace interiore, come afferma a Reeva con quel “now we are free, both of us“, ritrovando con essa anche la fede nella speranza. Non nei confronti di se stesso e del suo glorioso passate, ma nella “resistenza” ancora dura a morire nei confini della galassia (da qui anche la riscossa di Owen e sua moglie) e delle future generazioni, ovviamente in Leia e Luke Skywalker.

THE LAST HOPE


Probabilmente sta qui l’aspetto più interessante e “originale” di questa serie, in relazione al percorso del suo protagonista, che altrimenti avrebbe poco altro da aggiungere a ciò che già si conosceva del “vecchio” maestro Jedi (in fondo, come detto, il finale per quanto riguarda Anakin/Darth è praticamente il medesimo di quanto visto in sala). Un aspetto in cui trova un senso anche il tanto discusso personaggio di Reeva. L’idea di mostrare i piccoli Luke e Leia, infatti, si era rivelata finora abbastanza controproducente, visti i limiti dati dal canone in cui gli autori si sono potuti muovere, riflettendosi in una storia piena di forzature, pur di allungare la trama in realtà piuttosto scarna. Eppure, quel breve montaggio su Luke e Leia che porta Obi-Wan a risollevarsi e poi sconfiggere nuovamente Darth Vader, si rivela piuttosto significativo.
Se tutta l’impalcatura narrativa della sottotrama di Leia parte da quell’ormai immortale “aiutami Obi-Wan Kenobi, sei la mia ultima speranza, tutta la storia di Reeva trova invece la sua origine nel terribile massacro al Tempio Jedi. Il punto di non ritorno di Anakin avvia tanto il ciclo di odio che caratterizza la sua storia, tanto quella di tutta la galassia, con la persecuzione degli Jedi, la vittoria dell’Impero e, quindi, la ragione per cui Obi-Wan e Yoda nascondono i due gemelli. Se allora il percorso personale successivo a tale evento vede un Darth Vader consumarsi sempre di più nel rimorso di quel gesto, quello del protagonista e di Reeva sta tutto nel riuscire a spezzare quel ciclo di odio, di rabbia e di colpa da esso iniziato. In una bella intuizione, allora, entrambi trovano la propria epifania nel salvare i due gemelli. Nel caso di Reeva nel risparmiare il piccolo Luke, per Obi-Wan invece sta proprio nel ritrovare un’ultima (e nuova) speranza in lui e Leia.
Nella giovane Organa, come le rivela lui stesso, rivede sì il carisma e l’audacia della madre Padme, ma anche ciò che c’era di buono e di straordinario nel padre Anakin e che, di conseguenza, non è andato affatto perduto. Luke e Leia, d’altro canto, sono proprio i figli di quell’unione che non ci doveva essere, di quell’amore proibito che non era permesso dalle regole degli Jedi, di quell’umanità che, ancora una volta, è la rovina ma al tempo stesso l’incredibile forza e unicità di Anakin Skywalker. E forse non è affatto un caso se il bellissimo (e tanto atteso) cameo di Liam Neeson/Qui-Gon arrivi proprio sul finale, ossia quando Obi-Wan ha non solo “accettato” la loro esistenza, ma come detto ne riconosce l’estrema importanza. Perché proprio Qui-Gon era lo Jedi più lontano da ciò che l’Ordine era diventato, criticandone la sua intromissione nella politica, avvertendo i pericoli insiti nell’arroganza e nel potere raggiunto dai suoi colleghi, ma soprattutto, colui che più di tutti credeva nel “prescelto”.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • “Hello there”, alla fine, l’ha detto. Nel momento perfetto alla persona perfetta
  • Quando risuona la “marcia imperiale” di Darth Vader vale sempre tutto…
  • … ma in fondo qualsiasi nota legata John Williams
  • Anakin vs Obi-Wan, Hayden Christensen ed Ewan McGregor, finalmente
  • In particolare l'”Anakin…” recitato da Ewan al padawan sconfitto e sfigurato
  • Le due “ultime speranze” di Obi-Wan, Luke e Leia
  • Liam Neeson/Qui-Gon, anche per qualche secondo, si è comunque pianto
  • Pur con una punta di rivalsa finale, e un senso quantomeno compiuto, il personaggio di Reeva rimane il grande punto debole dell’operazione
  • Per esempio, Owen e moglie combattenti. Praticamente ogni cosa che la trama di Reeva tocca, la distrugge
  • Goodbye Darth“, come rovinare, seppur leggermente, la scena più bella ed emozionante di tutta la serie
  • Il gusto quasi morboso per i primi piani finali

 

Tra il debito alla saga originale e al suo sempre appassionato quanto agguerrito fandom e la volontà di approfondire qualcosa di “nuovo”, Obi-Wan Kenobi si conclude in perfetta coerenza con l’anima divisa del suo “padawan”. I temi di John Williams, le continue allusioni al futuro della storia e dei suoi protagonisti sono la forza ma anche la critica debolezza di questa mini-serie riuscita a metà. Si poteva farne a meno? Certo, ma è un discorso che vale un po’ per tutto. Si poteva fare meglio? Sicuramente sì, specie nella lunga e insensatamente caotica parte centrale. Ne valeva la pena? A questa domanda, rispondiamo solo con: “Generale Kenobi”.

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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