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Sweet Tooth 2×08 – The Ballad Of The Last MenTEMPO DI LETTURA 6 min

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Volge al termine anche questa seconda stagione di Sweet Tooth e, nonostante la poca attenzione dedicata alla serie da parte del pubblico, in parte dovuta anche ai due anni di attesa tra una stagione e l’altra, lo show Netflix chiude questo secondo arco narrativo in maniera del tutto coerente, mostrando anche di avere molto potenziale e qualcosa da dire ai suoi spettatori.
La trasposizione televisiva dell’acclamata serie a fumetti di Jeff Lemire, si colloca inoltre in un panorama intriso di opere che affrontano l’apocalisse virale, un sottogenere che ha proliferato fin dai primi giorni della pandemia di COVID-19. Nonostante non possieda né il prestigioso cast né la produzione di alto livello di opere coeve quali, giusto per citarne una (non) a caso, The Last Of Us, Sweet Tooth ha persistito nel suo cammino emergendo come una dolce fiaba moderna che esplora il potere della famiglia e l’inevitabile necessità di accogliere il cambiamento affrontando al contempo la conseguenze dolorose a esso legate.

RICAPITOLANDO…


Questa seconda stagione si è distinta in modo particolare rispetto alla prima per la costruzione magistrale dei personaggi di supporto, senza tuttavia compromettere la centralità dei protagonisti. Gus rimane l’innocente faro di speranza che fornisce una direzione allo show, anche quando il mondo circostante si tinge di oscurità, e trova un degno complemento in Wendy, che si erge a leader degli altri ibridi in assenza della madre.
Se in passato Abbott poteva apparire come una caricatura stilizzata alla stregua del Dr. Ivo “Eggman” Robotnik, in questa stagione, pur mantenendo la sua eccessiva eccentricità, il personaggio offre a Neil Sandilands un’ulteriore opportunità per mostrare la sua abilità nell’interpretare antagonisti complessi e sfaccettati.
Aimee e Tommy “Big Man” Jepperd agiscono sempre nello stile del classico “dinamico duo”, con esiti molto prevedibili riguardo le rispettive sorti, questo sì, ma mantenendo sempre ben presenti le loro divergenze sul miglior approccio per proteggere i loro “figli” e sulle persone di cui potersi fidare per portare a termine tale compito, motivando così la linearità dei rispettivi percorsi narrativi.
Becky aka Bear, la fiera guida dell’armata di giovani impegnati nella difesa degli ibridi, sebbene in questa seconda stagione sia stata coinvolta in una trama secondaria non esattamente interessante e, anzi, un po’ inutile se si volge lo sguardo in direzione delle prime puntate, rimane comunque uno degli elementi più interessanti di questo secondo arco narrativo, non soltanto grazie al suo spirito combattivo e alla sua fisicità bruta, ma anche per la componente più umana emersa soprattutto grazie al ricongiungimento con la sorellina dispersa da tempo. Talvolta i suoi dialoghi possono apparire un po’ sottotono e opachi rispetto ad altre serie simili, soprattutto se visti in relazione alla figura dell’adolescente testimone della fine del mondo ma, nel complesso, il personaggio riesce ad acquisire molta più consapevolezza rispetto a quanto visto nel corso della prima stagione.
Tuttavia, i percorsi di evoluzione più radicali, sebbene sempre sullo sfondo, sono quelli del Dottor Aditya Singh e sua moglie Rani Singh. Mentre Abbott spinge Singh oltre il punto di esaurimento oltre i confini dell’etica medica, Akhtar interpreta brillantemente la sua rapida discesa nella follia, completando così la trasformazione del personaggio, sempre più vicino a quella che parrebbe essere la classica origin story di un villain da fumetto.

SCONTRO GENERAZIONALE POST-APOCALITTICO


La seconda stagione dello spettacolo si presenta notevolmente più adatto a un pubblico familiare rispetto al fumetto da cui trae ispirazione. Tuttavia, talvolta si percepisce una vera e propria scissione tra le buffonate in stile “Mamma, Ho Perso L’aereo” che i giovani protagonisti escogitano, ad esempio, per scappare dai loro carcerieri, e la trama che affronta l’atroce tematica dell’omicidio di minori indifesi, sebbene questa sia abilmente celata attraverso la scelta di vittime prescelte, per lo più rettili (guai a chi tocca Bobby aka Furry Baby Yoda) per non sconvolgere eccessivamente l’audience.
Inoltre, le informazioni vengono spesso trasmesse in modo goffo, mancando di resistere a una scrupolosa analisi. Ad esempio, i personaggi svelano luoghi segreti senza tenere conto del rischio di essere facilmente intercettati, o si trovano a ricordare inspiegabilmente il nome di un luogo che hanno visto soltanto da neonati. Piccoli difetti, comunque, in una stagione che sicuramente avrà sorpreso in positivo molti spettatori scettici o semplicemente privi di qualsivoglia interesse nei confronti dello show a causa della lunga pausa tra una stagione e l’altra.
In ultima analisi, Sweet Tooth si erge quindi a narrazione fiabesca che affronta però l’impellente questione del mutamento globale, permeandosi ancora di grande rilevanza specialmente in questo periodo di costante incertezza. La serie costituisce una metafora particolarmente incisiva per il conflitto sotteso tra giovani attivisti ambientalisti e adulti che, almeno secondo i primi, sacrificherebbero il futuro allo scopo di preservare il loro agio attuale. In tal senso, tutto ciò emerge ancor più prepotentemente poiché i protagonisti di Sweet Tooth sono proprio quegli adulti che riconoscono l’imperativo di lasciare spazio ai bambini (ibridi) perché ereditino la Terra.
Dall’altra parte della barricata, emblema della suddetta ideologia retrograda, Abbott incarna invece la promessa non solo di un ritorno a un tempo precedente alla malattia, bensì a un passato idealizzato che, nella realtà, non è mai realmente esistito. Il suo esercito, a quanto pare, pullula di soldati, sarti deputati alla confezione di abiti sontuosi e grafici incaricati di creare manifesti propagandistici in stile anni ’50 ma, qualora non si vada ad approfondire eccessivamente il modus operandi dietro a tali creazioni (d’altronde si parla sempre di un contesto fumettistico) l’immaginario evocato risulta sempre estremamente suggestivo. La sua visione di una sicurezza suburbana per una ristretta élite costituisce un richiamo sinistro alla bellezza naturale celebrata dalla serie, fungendo da contraltare all’incubo ordinato in cui i Singh si sono trovati immersi nel corso della prima stagione.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Una seconda stagione che nonostante la partenza lenta ha saputo stupire nelle ultime puntate
  • Linearità ma funzionale alla trama
  • Big Man che finalmente massacra di botte Abbott
  • Il potere di Gus
  • Si parte per l’Alaska!
  • Abbott che scappa e non fa fuori Big Man è un po’ come Big Man che non mette sotto col bus Abbott
  • L’ultima freccia scoccata da Abbott un po’ inutile

 

Si chiude così la seconda stagione di Sweet Tooth e con una terza stagione, l’ultima, già in programma, lo show si prepara ad affrontare la sua conclusione con la minaccia di un altro nemico (forse il texano col cappello da cowboy senza scrupoli è un po’ stereotipato, ma va bene lo stesso) probabilmente spostando gli avvenimenti in tutt’altra location, passando dagli scenari boschivi suggestivi a cui la serie ha abituato il suo pubblico, alle distese gelate dell’Alaska, dove finalmente Gus avrà la possibilità (si spera) di riunirsi a sua madre.

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Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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