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Winning Time: The Rise Of The Lakers Dinasty 1×06 – Memento MoriTEMPO DI LETTURA 4 min

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recensione Winning Time 1x06 Winning Time prosegue nella sua marcia trionfale facendo dei propri character il suo principale punto di forza.
E nel caso questo possa sembrare una cosa scontata, bisogna sempre considerare due fattori:

  • lo show è corale, quindi necessita di dare importanza e spessore a tutti i personaggi che sono, a loro modo, co-protagonisti della vicenda (e trattandosi di una società di basket, non si sta parlando di 2/3 persone);
  • il tema principale di Winning Time non è tanto le vittorie dei Lakers o la biografia di un giocatore in particolare (anche se è inevitabile che “Magic” Johnson si prenda più minutaggio rispetto ai suoi colleghi) quanto piuttosto il sistema di “show-business” messo in atto da Jerry Buss e soci, che farà scuola per le successive dinastie sportive. E quando si parla di numeri, bilanci e questioni economiche c’è sempre il rischio che lo spettatore si annoi;

SHAKESPEARE IN THE COURT


Per fortuna questo non accade perché gli autori di Winning Time hanno trovato la soluzione giusta puntando ad episodi “monotematici” in cui, di volta in volta, viene messo in risalto ogni singolo personaggio fino a comporre un unico mosaico sfaccettato ed incredibilmente interessante.
In “Memento Mori” è la volta di Paul Westhead (un Jason Segel in stato di grazia), ex-professore di lettere appassionato di Shakespeare e assistant-coach di Jack McKinney, l’allenatore in carica. Questo, come il personaggio di Amleto, vive sulle spalle del proprio mentore non sentendosi ancora pronto a dirigere da solo una squadra professionistica. E questo viene mostrato molto bene nella stupenda scena iniziale prima della sigla che fa da preludio a quanto avverrà in seguito. Il giovane assistant-coach viene di fatto costretto dalle circostanze a sobbarcarsi la responsabilità di gestire la squadra senza avere particolari doti o carisma. Ed è proprio questa sua umanità a rendere il personaggio estremamente interessante e, a tratti, comico (meravigliosa la scena del suo intervento con la stampa), e a far appassionare lo spettatore alla sua storia.

“FARE LE SCARPE” A MAGIC


Se Paul Westhead è il personaggio-rivelazione di questo episodio, Earvin “Magic” Johnson e Jerry Buss (i veri e propri co-protagonisti della vicenda) sono due character già rodati da tempo. Eppure su di loro si concentra, ancora una volta, il resto del minutaggio rivelandone ulteriori sfaccettature.
In questa puntata, infatti, viene mostrato il “vero business” dell’NBA, quello derivato dalle sponsorizzazioni, spesso legate al singolo giocatore. Una pratica che qui è solo agli inizi e che poi raggiungerà l’apice nel decennio successivo con Michael Jordan e la collaborazione con Nike. Anche questa scelta del brand però diventa ben presto una scusa per parlare di altro.
Agli occhi di tutti “Magic” rappresenta la nuova generazione di afro-americani, perfettamente integrati nella nuova realtà multi-culturale americana. Per questo viene scelto come uomo-simbolo dai brand e dalla propria squadra, per la positività che emana dalla sua persona. Ma tutto questo non toglie che si tratti solo di una facciata che viene comoda perlopiù ai bianchi (che lo trattano esattamente per quello che è: una loro proprietà), come più volte gli viene ricordato.
Ancora una volta, dunque, Winning Time si conferma il ritratto essenziale di un preciso momento storico e una storia di crescita personale non da poco, rivelando quello che c’è dietro l'”icona-Magic” ossia “l’uomo-Earvin”, con tutti i suoi pregi e difetti.

BUSINESS E SENTIMENTI


Allo stesso modo, il ritratto che viene fatto dell’altro grande co-protagonista della vicenda (Jerry Buss) è quanto di più perfetto. Dietro la facciata da self-made man americano cinico e spietato, infatti, anche Jerry nasconde debolezze e sentimenti.
Le paure di fronte alla possibile perdita del suo investimento e le preoccupazioni per il (probabile) Alzheimer della madre, lo rendono un character degno di nota, aiutato in questo dai costanti ammiccamenti alla macchina da presa.
A questo si aggiunge la solita regia degna di nota, con una fotografia vintage da Premio Oscar e l’uso continuo di soluzioni innovative per quanto riguarda split screen e i tagli ad effetto.
Una cura più che maniacale nella composizione che si riflette anche nei piccoli easter eggs di noti tifosi Lakers come un giovane Jack Nicholson (Max Williams) e un Richard Pryor (Mike Epps) indicato come “influenza positiva”, chiaro riferimento ironico alla nota tossicodipendenza dell’attore di “Non Guardarmi: Non Ti Sento“.
Una ricerca storica accurata, e sviscerata in maniera assolutamente pop, che non può non appassionare lo spettatore di questo incredibile show.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • “Magic” e l’importanza delle scarpe nello sport
  • Scena iniziale e finale
  • Jason Segel e il suo Paul Westhead
  • Jerry Buss e la madre
  • Richard Pryor (l'”influenza positiva”)
  • Il “cameo” di Jack Nicholson
  • Regia e soundtrack as usually
  • Ci si sforza di trovare difetti, ma oggettivamente non ce ne sono

 

Shakespeare e l’NBA sono due mondi apparentemente distanti ed inconciliabili. Eppure il Paul Westhead mirabilmente interpretato da Jason Segel riesce ad unirli in maniera impeccabile. Così come il resto del cast che sforna l’ennesimo episodio eccezionale.

Laureato presso l'Università di Bologna in "Cinema, televisione e produzioni multimediali". Nella vita scrive e recensisce riguardo ogni cosa che gli capita guidato dalle sue numerose personalità multiple tra cui un innocuo amico immaginario chiamato Tyler Durden!

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