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The Comey Rule 1×02 – Night TwoTEMPO DI LETTURA 6 min

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Nella prima puntata era stato mostrato a malapena, si era intravisto soltanto il suo profilo in un paio di inquadrature; eppure, tutti gli episodi sembravano parlare di lui, molti dialoghi avevano lui come tema centrale e ogni personaggio agiva pensando a come lui avrebbe reagito. Dunque, dal punto di vista visivo era stato meno di una comparsa nel pilot, ma narrativamente era protagonista sin da subito. In questa seconda puntata, dunque, non poteva che prendersi la scena anche davanti alla cinepresa.
Si sta parlando, ovviamente, di Donald Trump, quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti. Rappresentare politici contemporanei è sempre un rischio, soprattutto se si tratta di una figura particolare e controversa come quella del tycoon newyorkese. In questo caso, infatti, il rischio di un risultato macchiettistico era piuttosto alto; fortunatamente, l’interpretazione di Brendan Gleeson è senza dubbio sopra le righe, ma riesce a non varcare mai la soglia che avrebbe portato il suo Trump nel campo della mera caricatura. Gleeson non voleva rappresentare una caricatura, ma voleva bensì dare vita a un manifesto di denuncia contro quelle che sono ritenute (da parte dell’autore della miniserie, di James Comey e di molti dei personaggi raffigurati in queste due puntate) essere le caratteristiche peggiori e preoccupanti del Comandante in Capo: dall’atteggiamento costantemente intimidatorio al bisogno di ricevere costantemente lealtà assoluta, passando per i discorsi serrati e spesso incoerenti, l’attore irlandese è sicuramente riuscito a evidenziare tutti questi aspetti.
Il suo lavoro, dunque, può essere promosso a pieni; lo stesso, invece, non si può dire per Billy Ray. La narrazione è sempre piacevole, e il peso delle quasi due ore di durata della puntata non viene avvertito. Tuttavia, è stato riproposto lo stesso errore che aveva condizionato il pilot. Questo difetto, che sicuramente rende la valutazione dello show inferiore alle aspettative, non è però da imputare esclusivamente al solo Billy Ray. Il più grande limite della miniserie, infatti, è il suo stesso protagonista, James Comey.

“Loyalty”


Nel pilot molta attenzione era stata dedicata a rendere chiaro un aspetto apparentemente secondario: James Comey ed il suo vice Andrew McCabe sono stati entrambi dei convinti sostenitori del Partito Repubblicano per tutta la vita. Per questo motivo, Comey era sorpreso di essere stato nominato dal democratico Obama. Con l’amministrazione Trump, la situazione è drasticamente cambiata: non solo il conflitto tra le due fazioni politiche è talmente aspro da rendere impossibile qualsiasi sforzo bipartisan (di questo fenomeno Trump non è la causa, ma la conseguenza), ma il nuovo Presidente si aspetta lealtà totale e incondizionata. Essere semplicemente Repubblicani non basta, come dimostra il difficile rapporto con l’allora senatore John McCain; quello che conta, infatti, non è l’affiliazione partitica, ma la fedeltà nei suoi confronti.
Secondo molti punti di vista, la strategia di Trump ha funzionato discretamente bene tra i ranghi dei Repubblicani, anche tra quelli che avevano guadagnato – in decenni di carriera a Washington – un’ottima reputazione tra osservatori di entrambi i partiti (si pensi a John Kelly, Lindsay Graham e Bill Barr, tre figure molto importanti, ma che non sono mostrate in questo show perché non direttamente collegate alla vicenda di Comey).
A differenza di molti altri repubblicani (soprattutto politici), Comey è intimorito da Trump, ma decide di non sacrificare il suo senso del dovere verso le istituzioni. Dal punto di vista qualitativo, le interazioni tra i due personaggi sono tra le migliori dello show, non solo per la brillante performance di Brendan Gleeson, ma anche perché Jeff Daniels riesce a restituire al pubblico un Comey sempre più preoccupato ed in imbarazzo, ma determinato a non compromettere l’FBI. Per quanto riguarda Gleeson, il pezzo più pregiato del repertorio è senza dubbio rappresentato dai lunghi monologhi del Presidente: in teoria composti principalmente da domande rivolte a Comey, in realtà le domande sono poste in maniera così veloce da impedire all’interlocutore ogni possibilità di risposta. Altre caratteristiche sono la tendenza del Presidente a mistificare i fatti e le dichiarazioni, e a focalizzarsi in maniera ossessiva su alcuni eventi.
I discorsi di Trump a Comey sono così rapidi e vorticosi (nel turbinio da un argomento all’altro) da risultare quasi ipnotici, e sono usati per rappresentare metaforicamente la presidenza stessa: un uragano incontrollabile che spazza via chiunque non sia utile. Ha imparato questa lezione James Comey, così come l’hanno imparata Andrew McCabe e molti membri della sua amministrazione (tutti repubblicani di lungo corso), come H.R. McMaster, Rex Tillerson, James Mattis, Reince Priebus, John Kelly e Rod Rosenstein.
Rosenstein, in queste due puntate, ha svolto essenzialmente il ruolo di narratore degli eventi. In varie occasioni, lui critica Comey per la sua arroganza, elemento che ha portato al suo licenziamento. Come mostrato dalle scene finali, tuttavia, anche Rosenstein è stato licenziato. Nel mondo reale, Rosenstein è probabilmente una delle figure politico-istituzionali di Washington meno popolari di tutti gli Stati Uniti, fortemente criticato (per motivi molto diversi) sia dai democratici che dai repubblicani. Lui, dunque, è uno dei tanti funzionari che ha sottovalutato alcune caratteristiche del Presidente, pensando di poter mantenere il controllo della situazione. La sua rappresentazione, dunque, è quella di una persona che non è stata in grado di opporsi chiaramente a qualcosa che sapeva essere sbagliato.

“By the way, you’re an Obama appointee too”


Donald Trump l’ha fatta da padrone in questa puntata ma il protagonista resta ovviamente James Comey.
Come già evidenziato nel pilot, la figura del direttore dell’FBI è la fonte dei principali difetti dello show (oltre a scelte di casting spesso inspiegabili). Ovviamente, trattandosi di una miniserie tratta da un libro scritto da lui stesso, era naturale aspettarsi una rappresentazione piuttosto positiva e bonaria della sua figura. Anche in questa puntata, Comey passa la maggior parte del tempo (quando non è a parlare con Trump) a relazionarsi con colleghi e superiori. In molti casi, quello che è emerge è un atteggiamento ben preciso da parte dell’ex direttore dell’FBI: in una Washington caratterizzata da una lotta politica sempre più aspra, in un’America sempre più spaccata in due (e con poche possibilità di riconciliazione), James Comey si pone come l’unica figura non-partisan, interessata solo al bene delle istituzioni. Per di più, ha anche la pretesa che tutti lo vedano in questo modo. Ci sono dei brevi momenti in cui questo senso di superiorità viene giustamente menzionato (si pensi alla citazione di Sally Yates che è stata riportata ad inizio paragrafo), ma si tratta di interventi estemporanei: nel corso della narrazione, la figura di Comey si pone effettivamente in questo modo, e sono poche le voci che contrastano questa visione.
Non bisogna essere esperti o appassionati di politica statunitense per notare l’artificiosità di questa rappresentazione. Come detto nel pilot, Comey ha commesso molti errori. Inoltre, aveva diverse volte infranto il protocollo del Bureau. Per questo, mostrarlo come una figura buona e indifesa, occupata solo a proteggere l’integrità dell’istituzione che serve (seppure ci sia un fondo di verità) toglie molto realismo a una miniserie che dovrebbe narrare eventi accaduti realmente.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Brendan Gleeson è un ottimo Donald Trump
  • I dialoghi tra Trump e Comey
  • L’uragano che travolge chiunque, da McCabe a Rosenstein
  • Buona rappresentazione dell’affaire Flynn
  • Scelte di casting discutibili anche in questa puntata (si pensi alla scelta di Joe Lo Truglio per il ruolo di Jeff Sessions)
  • La rappresentazione auto-assolutoria di Comey

 

Un detto molto diffuso recita più o meno così: “È come chiedere all’oste se il suo vino sia buono”. Showtime e Billy Ray hanno chiesto a James Comey un’analisi del comportamento di James Comey. Per questo motivo, non si può andare oltre la sufficienza. Un vero peccato.

Romano, studente di scienze politiche, appassionato di serie tv crime. Più il mistero è intricato, meglio è. Cerco di dimenticare di essere anche tifoso della Roma.

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