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Vikings 6×11 – King Of KingsTEMPO DI LETTURA 5 min

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Vikings 6x11 recensioneE’ con sentimenti ambivalenti che ci si appresta alla visione della seconda parte dell’ultima stagione di Vikings, rilasciata tutta in una botta da Prime Video. Da un lato, c’è il dispiacere di essere di fronte alla conclusione di un prodotto a cui si è voluto bene e che ha rappresentato senza ombra di dubbio la più fortunata tra le serie storiche medievali nate nel solco del successo di Game of Thrones.
Dall’altro, però, si prova sollievo. E’ indubbio che la qualità di Vikings sia scemata molto negli ultimi anni e che il post-Ragnar sia stato una ripetizione infinita e spesso poco ispirata dei medesimi schemi narrativi: Kattegat è passata di mano in mano peggio di una canna in una comitiva di adolescenti, le sottotrame sentimentali e sessuali prive di reale utilità si sono moltiplicate, la scena è stata affollata da personaggi presentati in pompa magna e liquidati in maniera vergognosa (qualcuno ha detto Heahmund?). Insomma, tolti alcuni momenti davvero ben fatti e le solite atmosfere nordiche magistralmente ricreate, Vikings stava subendo uno scadimento qualitativo enorme. Non ai livelli delle ultime stagioni di Game of Thrones, ma quasi.

 

SOVRANI IN CATENE, SOVRANI IN FUGA


Guardando “King of Kings” non si può dire che sia tornato il Vikings dei tempi d’oro, ma si tratta comunque di un episodio potente, con un evento che farà tremare tutte le fondamenta della serie e dell’ultima stagione. Dopo Athelstan, Ragnar, Ecbert, Rollo, Lagherta e Floki, tocca anche all’ultimo personaggio presente fin dalla prima stagione uscire di scena. Ebbene sì: Björn muore. Ma non come ci si aspetterebbe alla luce dell’episodio precedente. Difatti il primogenito di Ragnar riesce a sopravvivere alla prima battaglia con Ivar, seppur gravemente ferito, e viene condotto in salvo a Kattegat.
Buona parte della puntata si concentra dunque sulle conseguenze dello scontro tra Norreni e Variaghi: la convalescenza di Björn, il dolore delle sue moglie e dei suoi fedelissimi, la gioia di Ivar e nel contempo la sua consapevolezza di essere un semplice burattino di Oleg, e ovviamente il destino di Harald e di Olaf. All’ennesima prigionia e conseguente fuga del re norvegese, espediente narrativo ormai fin troppo abusato dalla serie, fa da contraltare la dipartita di Olaf, personaggio enigmatico, bislacco e insieme carismatico, che è riuscito a ritagliarsi un posto nel cuore degli spettatori.
Da sempre figura in bilico tra il vecchio paganesimo norreno e la fascinazione per le nuove fedi, Olaf in punto di morte arriva a convertirsi esplicitamente al Cristianesimo, una trovata che simboleggia la fine della tradizionale società germanica e l’ingresso nella modernità.

 

L’INUTILE ISLANDA


Mentre in Scandinavia si combatte per il potere, in Islanda Ubbe prepara una spedizione verso quella che dovrebbe essere la Groenlandia, o addirittura il Vinland. Del resto, è ormai confermato che i Vichinghi siano arrivati fino in Nord America e l’impresa, benché non abbia portato alla fondazione di colonie stabili, fu senza dubbio degna di nota se si pensa che avvenne quasi cinque secoli prima dei viaggi di Colombo.
Il problema è che, come al solito, le vicende islandesi sono trattate come un’appendice secondaria della serie. Addirittura una parte consistente del minutaggio che è loro dedicato in “King of Kings” si riduce a un vero e proprio recap, con tanto di vecchie scene della scorsa stagione, di quanto è successo ai coloni e a Floki. Certo, il resoconto che Ohtere fa a Ubbe serve per aggiornarlo su quanto successo in Islanda e a ribadire la pericolosità di Kjetill, ma la dice lunga su quanto poco Hirst punti su questa sottotrama. Resta aperta la possibilità che la storyline islandese mostri tutte le proprie potenzialità negli episodi finali, ma più si va avanti e più le speranze scemano.

 

BJÖRN JÁRNSÍÐA


Il vero piatto forte dell’episodio, però, è la già annunciata morte di Björn. Il personaggio è stato sempre più presentato come un novello Ragnar, ma non si può dire che sia riuscito a eguagliare il padre: colpa da un lato dei limiti recitativi di Alexander Ludwig, dall’altro di una scrittura interessata più alle sue vicende private degne di una soap opera che alle sue imprese guerresche. Eppure non si può fare a meno di sentire una stretta al cuore nel vedere il primogenito di Ragnar affrontare il proprio destino in sella al proprio cavallo, spada in pugno, guidando i propri uomini nella battaglia persino in punto di morte. Nella sua ultima ora, Björn riesce a guidare i Norreni uniti meglio di quanto abbiano mai fatto Harald e, bisogna essere sinceri, lo stesso Ragnar: magra consolazione per una vita che è giunta ormai al termine e che, forse, avrebbe meritato qualche gioia in più.
Inutile dirlo, con la morte di Björn non solo viene meno l’ultimo membro della “vecchia guardia” di Vikings (ritorni di Floki permettendo), ma si aprono ancora scenari molto interessanti. Con Hvitserk saldamente alleato di Ivar e Ubbe interessato più alle esplorazioni oceaniche che al potere, la guerra tra i figli di Ragnar sembrerebbe chiusa per sempre e l’unica questione aperta riguarderebbe chi siederà sul trono di Kattegat, Ragnarsson o meno; eppure è improbabile che Hirst non abbia in serbo altre sorprese in tale direzione. Né bisogna dimenticare che lo scontro di culture tra i Norreni pagani e i Variaghi/Rus cristianizzati potrebbe alimentare un conflitto ancora più brutale di tutti quelli visti finora.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’epica uscita di scena di Björn
  • La morte di Olaf
  • Ivar sempre più insofferente nei confronti di Oleg
  • E adesso chi combatterà chi? Chi siederà sul trono di Kattegat?
  • L’ennesima cattura e fuga di Harald, espediente narrativo ormai abusato dalla serie
  • Le vicende islandesi continuano a essere un’appendice della trama principale e nulla di più

 

Vikings è tornato per l’ultima volta e sembra in gran forma. Ovviamente ci sono altri nove episodi in cui Michael Hirst può mandare tutto in vacca, ma in nome di quello che la serie ha rappresentato negli anni ci si augura che abbia una conclusione degna di nota. Per ora il ritorno è più che soddisfacente.

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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