R.I.P. (Recenserie In Peace) – Doctor Who: L’Era Di Sylvester McCoy (1987-1989; 1996)TEMPO DI LETTURA 6 min

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“He is not the devil. He is not a god. He is not a goblin, or a phantom, or a trickster.” Così il Colonnello Manton “descrive” il Dottore in “A Good Man Goes To War”. Ed è Sylvester McCoy che meglio incarna tutte queste figure che, stando al Colonnello Manton, il Dottore non è. Sylvester McCoy. all’anagrafe Percy James Patrick Kent-Smith, è l’ultimo della serie classica. Bravissimo attore, interessante Dottore, innovativo interprete, purtroppo protagonista nell’inesorabile declino della serie.
L’approccio iniziale dimostra perfettamente quanto appena detto. Non è tempo per crisi rigenerative, soprattutto dopo aver subito un attacco al Tardis. Primo a marcare un accento scozzese (tante le somiglianze con Tennant), non si accorge nemmeno di essersi rigenerato, tanto che per quasi tutto il primo episodio di “Time And The Rani” mantiene l’abito di Colin Baker. Niente di nuovo: l’abitudine verrà abbondantemente adottata nella nuova serie. Basti ricordare come Tennant manterrà l’abito di Eccleston per tutto il mini-episodio “Born Again“, per poi indossare una camicia da notte durante il successivo episodio natalizio, scegliendo il suo completo definitivo solo a fine episodio. Per non parlare di Matt Smith che in “The Eleventh Hour” girerà con il suo vecchio vestito ormai tutto stropicciato (raggedy) per poi cambiarsi teatralmente verso la fine.
C’è un po’ di imbarazzo nel parlare di questi ultimi episodi. Sono molto strani. Il declino accennato dell’era di Colin Baker, qui è totalmente confermato. Gli episodi non possono nemmeno essere bollati come “trash” in quanto superano e travalicano questa accezione, nel bene e nel male. Quello che più appare è l’enorme immaginaria scritta “vicolo cieco”. Non tanto per una questione di sceneggiatura, nemmeno per la recitazione e le ambientazioni. Il vero problema, che io credo abbia portato alla sospensione e quindi cancellazione dello show, sta nell’eccessiva continuità del format. Si è parlato durante tutti questi capitoli dei cambiamenti costanti e più o meno marcati. Ed è proprio questa omogeneità che fornisce l’impressione che in fin dei conti nulla è cambiato. Per capirci: non ci sono mai stati radicali rivoluzioni come nel passaggio verso l’era Moffat, che tanto ha fatto storcere il naso a molti fan. Mantenere sempre lo stesso schema narrativo dal 1963 al 1989, cambiando piccole porzioni di guscio, è stata forse la sentenza definitiva. Eppure le idee non sarebbero mancate. Sorgevano infatti  in questi episodi, nuovi ed interessantissimi spunti. Escludendo la quasi insignificante Mel, che ha il solo merito di traghettare il passaggio tra CB e SMC, i personaggi su cui focalizzarsi sono il Dottore e Ace (che fa il suo debutto in “Dragonfire”). Forse è proprio sull’interazione tra i due che si possono trovare gli elementi più significativi.
Il Dottore questa volta è un ometto di statura più bassa del solito, con una vocetta nasale, vestito in maniera distinta, con poche eccentricità, amante della musica, suonatore di cucchiai. Il Dottore però questa volta è anche molto molto furioso. La “fury of a Time Lord” è presenza costante. Come vediamo in “The Greatest Show In The Galaxy”, sa essere “trickster e sa essere Goblin. La differenza tra queste due sequenze è l’essenza totale del settimo Dottore, o forse del livello che il Dottore ha raggiunto. Colin Baker si arrabbiava, sì, ma qui è tutta un’altra cosa.
Veniamo ad Ace. Inizialmente, nella prima apparizione in “Dragonfire”, sembra la companion più stupida mai vista. Tra lei e le bruttissime musiche anni ’80 da commedia trash italiana, la cancellazione della serie appariva dovuta. Invece Ace è uno dei personaggi con l’evoluzione più significativa. Ci fosse stata una ventisettesima stagione, l’evoluzione sarebbe stata completa. Partita come una ragazzina agitata e problematica, Ace (o Dorothy Gale McShane) assume di volta in volta profondità. Nella ventiseiesima stagione abbiamo addirittura una “Ace-trilogy”, sebbene involontaria (l’ordine dei serial doveva essere diverso). I serial “Ghost Light”, “The Curse Of Fenric” e “Survival” (gli ultimi della serie classica), narrando storie più o meno interessanti, hanno il tratto comune di scavare il misterioso passato della ragazza. In “The Curse Of Fenric”, Sophie Aldred ci regala un’interpretazione intensissima, portando il personaggio di Ace verso un catartico finale. Tra l’altro il modello di ragazza molto giovane, di umili origini, vestita in maniera casual, non deve aver fatto poi così schifo ai nuovi produttori, visto che la descrizione corrisponde pienamente alla figura di Rose (ben più aggraziata). E a proposito di comunanze con Rose, interessantissimo l’attaccamento che si manifesta tra Ace e il Dottore, forse per la prima volta esplicitato. In “Battlefield”, la ragazza arriva addirittura ad essere gelosa di un piacevolmente ritrovato Lethbridge-Stewart, affermando di dover essere lei a guardare le spalle del Dottore (o come lo chiama inspiegabilmente lei: professor).
Non saprei quindi dire se gli episodi sono brutti o belli. Sicuramente, nell’ormai stantia formula di cui si è già parlato, si intravedono ritmi diversi. “Delta And The Bannerman”, ad esempio, sebbene con una trama assai dimenticabile, per la prima volta ci mostra una velocità e una rapidità particolari. L’ulteriore ventata di freschezza che ci colpisce sta anche nelle frequenti musiche “incidentali” che capitano: frammenti rock, canzoni e jingle vari ci danno tregua dal costante tappeto sinfonico e cameristico (prima) ed elettronico (poi) che ci ha accompagnato fino a questo punto. Gli effetti speciali sono anche decisamente diversi, con la particolare presenza di efficaci esplosioni (si gioca spesso sulla passione di Ace verso gli esplosivi).
In occasione del venticinquesimo anniversario della serie, nel 1988, il festeggiamento cambia verso. Niente più incontri tra Dottori (eccovi qui ciò che fu realizzato per il trentesimo anniversario, quando ormai si rideva di ciò che era stato, anche se mai come qua) bensì un graditissimo ritorno alle origini. “Remembrance Of The Daleks” vede il Dottore ed Ace, affrontare Davros e le sue creature (sempre più divise da faide interne) niente meno che nel 1963, in una certa scuola di Londra, passando per una certa discarica. Ovviamente i riferimenti al passato sono d’obbligo. Si nota con piacere che il passato a cui si fa riferimento è quello più remoto possibile. Quello in cui il Dottore era un “old greezer with white hair“. A partire da questo episodio si intravedono le possibilità di aprire nuove strade per Doctor Who. Chissà, forse si sarebbe voluto fare luce sui tanti misteri e sull’oscuro passato del protagonista, oltre che sulla sua identità. Vista però la piega che stava prendendo lo show, e visto il 2005 cosa ci ha poi riservato, noi possiamo dirci contenti così. Il decadente tramontare della serie classica e il timido albeggiare di quella nuova, 16 anni dopo, si pongono in perfetta continuità, utile al crescendo epico delle stagioni più recenti. La scena finale dell’ultimo episodio del 1989, contiene una bellissima battuta di commiato (citata in fondo alla pagina). Questa fu registrata in studio da Sylvester McCoy in un secondo momento dalle riprese, ma prima della trasmissione, quando si seppe che la serie era stata sospesa; sospensione che divenne presto cancellazione.

Prima del grande ritorno della serie nel 2005, serie da cui siamo partiti in questo lungo flashback, vi è una piccola parentesi, precisamente del 1996. Il Dottore di Sylvester McCoy farà un’ultima apparizione, e dopo tanti anni sarà una semplice e umana pallottola a farlo cambiare ulteriormente e a fargli passare nuovamente il testimone. Ma questa è un’altra storia.

Elenco dei compagni di viaggio: Mel Bush, Ace.
Prime apparizioni: 
Serial consigliati: “Dragonfire” (ventiquattresima stagione), “Remembrance Of The Daleks” (venticinquesima stagione), “The Curse Of Fenric” (ventiseiesima stagione)

There are worlds out there where the sky is burning, where the sea’s asleep and the rivers dream. People made of smoke and cities made of song. Somewhere there’s danger. Somewhere there’s injustice. Somewhere else the tea is getting cold. Come on, Ace, we’ve got work to do.
da “Survival”, 1989

Approda in RecenSerie nel tardo 2013 per giustificare la visione di uno spropositato numero di (inutili) serie iniziate a seguire senza criterio. Alla fine il motivo per cui recensisce è solo una sorta di mania del controllo. Continua a chiedersi se quando avrà una famiglia continuerà a occuparsi di questa pratica. Continua a chiedersi se avrà mai una famiglia occupandosi di questa pratica.
Gli piace Doctor Who.

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