Better Call Saul 2×07 – InflatableTEMPO DI LETTURA 6 min

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There are wolves and sheep in this world, kid. 
Wolves and sheep… figure out which one you’re gonna be.

Il percorso che porterà James McGill ad impersonare le definitive sembianze di Saul Goodman (unico caso, probabilmente nella storia, in cui il titolo dello show “spoilera” il suo finale), si è finora distinto per il suo procedere per estremi gradi, minuscolo passo dopo minuscolo passo, in maniera in sintesi perlopiù lenta. Non nella tipica accezione negativa del termine, chiaro, ma come elegante modus operandi degli autori che prediligono perciò la forma alla pura “sostanza” e dove sopratutto, come in questo caso, le (poche) svolte importanti diventano ancor più cruciali e soavi che in una narrazione tradizionale.  
La cura dei dettagli del team capeggiato da Vince Gilligan e Peter Gould, d’altronde, si eleva a caratteristica principale della messa in scena della serie. A conferma di ciò, basterebbe notare la semplice costruzione della scena iniziale, con l’inquadratura della macchina da presa che si muove verso l’alto, sostituendosi in soggettiva allo sguardo del giovane Jimmy che passa così dallo scaffale dei fumetti a quello delle riviste “sconce”, segnando quel passaggio dalla pubertà all’adolescenza e la conseguente perdita dell’innocenza, che poi collima significativamente nell’incontro col truffatore. Il ruolo del padre nella crescita psicologica del futuro “Slippin’ Jimmy“, qui al suo vero punto d’origine, rispecchia perfettamente quello che già ci aveva annunciato qualche puntata fa Chuck nel suo dialogo con Kim, inquadrato ora dal punto di vista del protagonista. “L’agnello” diventa “lupo” (parentesi, tutta quella pantomima per 5 dollari?) e così vediamo Jimmy arrivare a truffare lo stesso padre, “colpevole” di non aver prestato ascolto alle sue avvisaglie, scatenando quel turbine di eventi che poterà il negozio alla rovina, la morte del genitore e il rancore del fratello: tutta la minuzia narrativa degli autori in una sola sequenza.
È questo infatti che colpisce più di tutto in Better Call Saul, lo spin-off che doveva essere solo un simpatico e “leggero” racconto di formazione, ma che episodio dopo episodio sta acquistando sempre più una precisa identità, in maniera raffinata e, questo sì, oltremodo divertente. Il montaggio che alterna nello stesso campo il pupazzo gonfiabile (“l’inflatable” del titolo) e il protagonista che si cambia ripetutamente d’abito, attuando la manovra per farsi licenziare, è l’esempio massimo del mix tra elevata qualità tecnica e puro quanto delizioso intrattenimento dello show, anche quando, come detto, alla resa dei conti non ci sono grandi “botti” di trama per lungo tempo (e che in qualsiasi altra serie magari dello stesso network si sarebbe tradotto in sconfortante noia perenne).

There’s no point in me doing this if I can’t be myself. Every time I try do things someone else’s way, it blows up in my face. […] But if we’re gonna do this, I got to go into it as me. So, yeah. Colorful, I guess.

Ci sono volute due stagioni, pur colme di tentazioni e ripensamenti, ma alla fine Jimmy sembra aver completamente accettato il suo essere, nonostante la ragione, prima incarnata da Kim ora dall’assistente Omar, abbia più volte provato a prendere il sopravvento. Jimmy vuole fare le cose in maniera “colorita”, esattamente come i completi che gli vediamo indossare per scandalizzare la Davis & Main, Jimmy vuole essere Saul Goodman e trasformarsi in quell’anti-eroe che tutti conosciamo. Dopo averlo visto, infatti, provare a fare la “cosa giusta”, come il più classico dei protagonisti “positivi”, adesso, in maniera del tutto umana e squisitamente “reale”, è arrivato a comprendere che ciò non appartiene semplicemente alla sua natura. Per ora abbiamo la scrivania in “cocobolo”, l’abbigliamento pittoresco, il gusto per gli spot pubblicitari altrettanto vivaci (con uno già in progetto, come si evince dal dialogo col regista low-cost), ma mancano ancora rilevanti tasselli per il risultato finale: innanzitutto le ragioni del cambio di nome, poi l’evoluzione (che potrebbe riguardare la prossima stagione) della situazione appena formatasi con Kim, con la quale ha raggiunto una schiettezza mai avuta prima, come il dialogo in parte riportato sopra vuole testimoniare.
Percorso personale di Jimmy/Saul che collide quindi con quello altrettanto individuale della Wexler, andando però ad intrecciarsi in un’unica evoluzione delle dinamiche tra loro stessi. Per tutta la serie, come dicevamo già nella recensione di “Bali Ha’i“, li ha infatti uniti una stretta relazione di causa-effetto, dove ogni azione dell’uno si riversava sulla vita dell’altro, e in cui Kim soprattutto ha sempre assunto una posizione superiore, tanto da diventare in questa stagione quasi più protagonista di Jimmy, guardando sempre l’amico/confidente/amante dall’alto in basso; il cambiamento che si respira nel momento in cui lui le fa la proposta di lavorare insieme, invece, è proprio quello di un confronto paritario e quindi allo stesso livello. Ci sono volute due stagioni per giungere a questo fatidico punto, ben rappresentato dal lapsus di Kim che chiama Howard il suo nuovo datore di lavoro (qui profetico Jimmy “He’s just Howard Hamlin by a different name“), accorgendosi di stare per passare esclusivamente da uno studio all’altro, ma ancora nella posizione di subordinata. Cammino quindi diverso con quello di Jimmy, ma che va accomunandosi nella presa di coscienza, l’illuminazione, sulla strada da intraprendere nella propria vita: la ragazza che viene da un paesino sconosciuto, desiderando semplicemente “di più” e capendo di poterlo trovare esclusivamente con le proprie forze; regalando così una chiara e finalmente precisa dignità all’unica storyline del tutto “nuova” della serie, considerando che l’altra che seguiamo è quella di Mike.
A proposito dello scorbutico Ehrmantraut, stavolta tocca a lui rimanere nelle retrovie, dopo che per più episodi è toccato allo stesso Jimmy, come avevamo “denunciato” nella scorsa recensione. Eppure anche lui, nelle pur brevi scene che lo riguardano, sembra raggiungere la propria cruciale epifania. Nel dialogo con Jimmy a inizio episodio, infatti, è l’avvocato che lo pone al suo pari livello, con quel “l’avrei fatto anch’io”, posizione  che l’ex-poliziotto nel profondo rifiuta altamente. Ma dopo l’evidente felicità della nuora, causata a sua insaputa dai soldi “sporchi” ricevuti dai Salamanca, forse capisce che non può che rassegnarsi e di dover continuare sulla strada dell’illegalità per proteggere lei e sua nipote. A fine puntata lo vediamo raggiungere, pensieroso, il ritrovo dei gangster: che sia il definitivo inizio di quel tragitto che lo porterà ad incrociare la “strada” di Gus Fring?

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Spin-off… che? 
  • Il pre-sigla
  • Jimmy/Saul si riprende la scena 
  • I dettagli, che siano essi tecnici, sonori o narrativi
  • Il montaggio con l’inflatable 
  • L’assistente Omar e la sua inguaribile ingenuità 
  • L’epifania di Kim e Jimmy ed entrambi i loro confronti
  • Assolutamente nulla 
Saul Goodman è sempre più vicino, la perfezione invece lo show l’ha già abbondantemente raggiunta. Il più bel episodio dai tempi di “Five-O” non fa che confermare un’assoluta verità: Better Call Saul non è un “semplice” spin-off, ma una deliziosa e purtroppo sottovalutata realtà. 
Bali Ha’i 2×06 2.11 milioni – 0.9 rating
Inflatable 2×07 2.03 milioni – 0.8 rating

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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