Godless 1×07 – HomecomingTEMPO DI LETTURA 6 min

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Frank Griffin“No, I… No, I’ve seen my death. This ain’t it.”
Roy Goode“You seen wrong.”

 

Nel 1960 usciva nelle sale The Magnificent Seven, rifacimento in salsa western di uno dei capolavori di Akira Kurosawa, in cui sette pistoleri difendevano un villaggio dalla banda del brigante Calvera. Cinquantasette anni dopo, Godless ripropone una situazione simile, con un villaggio isolato e minacciato da una banda di malviventi, ma allo stesso tempo la ribalta: le donne di La Belle non hanno bisogno di assoldare nessun settetto di pistoleri che le protegga, sanno benissimo cavarsela da sole e sparare, anche quando dall’altra parte della barricata ci sono il famigerato Frank Griffin e i suoi trenta uomini.
La battaglia di La Belle rappresenta sicuramente il punto nodale di “Homecoming” e in generale dell’intera miniserie, l’evento atteso fin dal primo episodio, in cui confluiscono tutte le storylines e tutti i personaggi: le donzelle costrette a imbracciare il fucile per difendere la propria terra; il vecchio sceriffo a dimostrare di valere qualcosa; il fuorilegge in cerca di redenzione; i banditi senza onore e senza pietà; persino il giornalista affamato di notizie eclatanti, che si proclama semplice cronista della verità ma non esita a gonfiare cifre e a ingigantire avvenimenti, quando non è egli stesso a causarli. Ecco, si potrebbe dire che l’articolo pubblicato da A. T. Grigg è il perfetto deus ex machina che risolve troppo sbrigativamente lo stallo di cui era prigioniera la trama, indirizzando prontamente Frank Griffin e i suoi uomini su La Belle dopo sei episodi di inutili peregrinazioni per il New Mexico; ma bisognava dare uno scossone tale da portare allo scontro ed attribuire tale compito a un articolo giornalistico piuttosto che al ritrovamento di un’impronta di Roy Goode o alla testimonianza di un passante o, ancora peggio, all’arrivo casuale della comitiva di briganti a La Belle. E’ stata quindi una mossa tutto sommato soddisfacente.
Molto meno soddisfacente è il trattamento riservato ai Buffalo Soldiers. Dopo averne sentito ampiamente le lodi nei passati episodi e dopo aver messo in luce come persino Frank Griffin e i suoi li temano, ci si sarebbe aspettati un coinvolgimento maggiore nello scontro finale; invece i neri di Blackdom trovano la morte in una mattanza domestica ad opera proprio di Griffin e i suoi che, per quanto disturbante e coinvolgente, lascia l’amaro in bocca proprio per la facilità e la prematurità con cui si consuma. Anche Whitey è eliminato troppo presto, immolato all’arrivo dei banditi in città sull’altare delle morti inaspettate, e non sarebbe stato male nemmeno vedere coinvolta nel combattimento Iyovi, anche se la Paiute aveva abbastanza motivi per fregarsene e rimanere a casa. Quanto agli uomini della Quicksilver Company, nel loro caso il problema principale risiede nella mancata caratterizzazione negli scorsi episodi, al punto che l’unico a cui sia stato dato un minimo di spazio, Ed Logan, è stato ridotto a una semplice macchietta da detestare e odiare; nella battaglia con Griffin, dunque, non avrebbero potuto trovare un proprio ruolo e la loro uscita di scena nella prima parte dell’episodio non è così dolorosa come quella dei Buffalo Soldiers.
Complice forse proprio la morte immediata di Whitey, l’intera battaglia di La Belle tiene lo spettatore col fiato sospeso dall’inizio alla fine, con la paura continua di veder cadere altre protagoniste: nessuno sembra al sicuro, le pallottole volano, le combattenti cadono, le ferite non mancano così come non mancano i momenti in cui questo o quel personaggio principale sembra spacciato. Un paio di morti eccellenti, a questo punto, non avrebbero guastato e l’impressione è che si sia voluto mettere un po’ tutti in condizioni potenzialmente mortali salvo poi farli sopravvivere, più o meno malconci, ma comunque ancora vivi. Dal punto di vista tecnico ed estetico, però, non si può negare che lo scontro sia una gioia per gli occhi, un profluvio di spari, di morti, di fiamme, di fumo, di cavallerizzi che irrompono nel saloon, salgono le scale al galoppo e precipitano dalle finestre. I primi piani di Frank Griffin, immobile mentre alle sue spalle i suoi uomini si lasciano andare all’ennesima orgia di devastazione e violenza, ricordano quelli dell’eccidio di Creede nel pilot; ma stavolta l’esito è diverso perché i trenta uomini cadono uno dopo l’altro e l’unico superstite, proprio quel Griffin che sembrava un diavolo in terra fugge ignobilmente con la coda tra le gambe.
A questo punto tocca a Roy Goode inseguire il “padre” e dare vita all’altro grande momento atteso fin dal principio della miniserie, l’incontro-scontro-resa dei conti tra il capo e il sottoposto traditore, ma anche tra il genitore e il figlio che non vuole più accettarne gli eccessi e le brutture, che non vuole più seguirne l’esempio e si è ribellato. Il fulcro di tutta Godless sta proprio in questo rapporto così stretto e profondo tra i due e nel necessario duello finale che li oppone, tappa fondamentale di un processo di liberazione che è insieme letterale e simbolico: uccidendo Frank, Roy non solo elimina un individuo che gli avrebbe dato per sempre la caccia e avrebbe messo a repentaglio la vita delle persone amate, ma soprattutto esce definitivamente dalla sua ombra, si lascia alle spalle la vita da malvivente. Non è un caso che venga dato per morto anche lui nel duello finale, proprio a voler indicare come ormai sia libero dalla sua precedente fama, persino da un nome divenuto scomodo, e possa crearsi una nuova esistenza in California ricongiungendosi al fratello Jim. Contrapposto al percorso di Roy, che fa i conti con il suo passato per poterlo seppellire definitivamente, vi è quello di Frank, incapace di voltare pagina al punto che quando incontra casualmente Truckee cerca di prenderlo sotto la sua ala come “figlio” e pupillo, quasi volesse replicare quanto fatto in passato con Roy dispensando gli stessi consigli di vita dati già a quest’ultimo quand’era più giovane.
Il finale di “Homecoming” è all’insegna del cordoglio, ma anche della gioia per il presente, per essere sopravvissuti al ciclone Griffin, e di speranza per il futuro. Vero e proprio emblema di tutto ciò è il funerale di Whitey, momento di dolore e di tristezza per la morte di un ragazzo così giovane ma anche occasione che segna l’arrivo a La Belle del tanto atteso reverendo, che smette di essere un beckettiano Godot per portare davvero Dio in una terra che finora ne era stata priva (god-less, appunto). Mary Agnes e Callie sono di nuovo insieme dopo essersi chiarite, Martha ha trovato l’amore nel detective della Pinkterton, persino A. T. Grigg ha la sua grande storia per il Santa Fe Daily Review. La ciliegina sulla torta sarebbe stata a questo punto una conclusione positiva per la relazione tra Roy e Alice, ma per fortuna Frank e Sodenbergh sono consapevoli che c’è un limite alla quantità di zucchero che si può propinare in un finale e che due coppie tra i protagonisti erano già troppe. E poi, siamo sinceri, per uno come Roy è molto più emozionante un finale solitario, in viaggio verso la costa occidentale, che si chiude con la vista dell’infinita distesa d’acqua dell’Oceano Pacifico e la consapevolezza che per il pistolero sta per iniziare una nuova vita, si spera più fortunata e meno sanguinosa della precedente.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La battaglia di La Belle
  • La resa dei conti tra Frank e Roy
  • La quiete dopo la tempesta, la speranza per il futuro dopo il cordoglio
  • Alcuni personaggi sfruttati troppo poco
  • Mancanza di osare in alcune situazioni

 

“Homecoming” è un gran bel finale, con qualche sbavatura che si poteva evitare ma su cui si chiude un occhio, in nome dell’intrattenimento e della chiusura quasi perfetta di tutte le diverse storie. La prima serie western di Netflix può definirsi un ottimo lavoro; si spera in future “colleghe”.

 

Dear Roy… 1×06 ND milioni – ND rating
Homecoming 1×07 ND milioni – ND rating

 

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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