Gomorra 3×11 – 3×12 – Episodio 11 – Episodio 12TEMPO DI LETTURA 6 min

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“Adesso il debito è pagato sono io che non ho scelta. Questa è l’ ultima svolta, esco dal cerchio a testa alta ignorando chi mi insulta. Colpi fuori misura, altri sotto la cintura. Non può sfuggirti la vittoria sei pronto per l’ultima gara.” (La Via Del Vuoto, Kaos One)

La fine di un’era. Questa terza stagione di Gomorra rappresenta la chiusura di un cerchio il cui inizio era stato presentato anni fa quando Salvatore Esposito e Marco D’Amore, più giovani, sbarbati e duri, mostravano all’Italia che un’altra televisione è possibile. No, Gomorra non finisce qui: il suo percorso procederà con la quarta stagione e con ulteriori sviluppi, con nuovi personaggi per complicare ulteriormente il quadro delle alleanze. No, l’era che si chiude è quella del duo Esposito-D’Amore, Genny e Ciro stretti in un doloroso ed ultimo abbraccio salutano il proprio pubblico, completamente attonito ed inebetito da una morte, quella dell’Immortale, della quale è difficile non far menzione. E’ difficile non elevarla ad elemento centrale nonostante copra poco più di cinque minuti sui novanta totali; è difficile non inserirla come primo elemento di questa recensione, nonostante rappresenti semplicemente l’ultimo (e prevedibile) tassello di un percorso accrescitivo intrapreso dalla prima puntata di questa terza stagione. L’Immortale viene meno al suo soprannome e scivola nel baratro più tetro ed oscuro, quello del mare, ma lo fa con un senso di pace estrema. Una pace che scaturisce da due fonti diverse: la prima è il sentirsi finalmente in pace con sé stesso, dopo aver dato qualsiasi cosa per aiutare sia Gennaro, sia Enzo; la seconda è il suo estremo desiderio di riunirsi a moglie e figlia, scomparse entrambe nella passata stagione. Certo, questa terza stagione ha rappresentato per Ciro l’ennesimo gioco di specchi, equilibri mancati o recuperati e doppiogiochismo estremo, ma “‘a fine dô juorno sta tutta cca”. E’ possibile fare un paragone con il finale della passata stagione, dove un altro personaggio fondamentale come Pietro Savastano usciva di scena. Se per Pietro il vero sentimento in campo era quello dell’odio, provato in maniera viscerale da Ciro, qui Genny mette in campo l’affetto e l’amore (in senso fraterno) verso una persona che tanto gli ha tolto, ma a cui tanto deve: il Gennaro che conosciamo è sì figlio della spedizione in Honduras, ma la vicinanza di Ciro è stato il vero fattore che ha plasmato un personaggio come quello di Salvatore Esposito, a cui spetta il compito di mantenere alto l’onore della “vecchia guardia”, sia all’interno del cast sia sulla scena. Un compito non facile considerando che questa stagione ha visto un focus particolarmente accentuato attorno a Ciro (si ripensi alle prime puntate ed alle scorribande a Sofia).

“Il buio parla sapendo che sei in ascolto. Il buio ha un volto, stavolta il buio ti ha scelto. Cerchi di evitarlo ma farlo sarà impossibile, sarà più svelto e sfrutterà ogni punto debole, qua zero regole ed è inutile fuggire: il tuo obiettivo è sopravvivere, il suo è farti impazzire. Saprà colpire mentre guardi nel passato ricordi che era meglio riuscire ad aver scordato.” (Insomnia, Kaos One)

Tuttavia queste due puntate non si caratterizzano agli occhi dello spettatore solo per l’ottima conclusione di un ciclo: l’undicesima puntata rimescola le carte, crea nuove situazioni di estrema tensione, prontamente, in conclusione, riporta pace. Una pace effimera dove Enzo, Ciro e Genny escono vittoriosi e fortificati a danno dei Confederati, ma a quale prezzo? Gli equilibri, già precari e forse solo di facciata, vengono disintegrati pezzo per pezzo finché della calma apparente non rimane che un vago ricordo. Un personaggio come quello di Patrizia, abile ragno tessitore all’interno del palazzo degli intrighi, esce vittorioso da un duplice fronte: da Genny guadagna probabilmente in modo definitivo la sua fiducia, mentre Scianel viene in maniera definitiva messa fuori dai giochi grazie a due pallottole sparate proprio da quella pupilla che pensava di aver plasmato e fortificato ella stessa.

“Due sentimenti eterni in perenne lotta: la ricerca dell’ordine e il fascino del caos. Dentro questa lotta abita l’uomo e ci siamo noi, tutti. Ordine e disordine. Cerchiamo regole,forme,canoni,ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo. E’ per gli uomini un eterno mistero: l’incapacità di risolvere questo mistero, ci terrorizza, ci costringe a oscillare tra la ricerca di un’armonia impossibile e l’abbandono al caos.” (Il Rosso e Il Blu, 2012

Poco sopra, ad inizio recensione, si menzionava il fatto che la chiusura del ciclo di Ciro fosse sotto un certo aspetto “prevedibile”. Tale sensazione è dovuta a una serie di scene, riprese e musiche che hanno il loro apice nel finale della stagione, ma che iniziano e sbocciano nell’undicesimo capitolo di quest’anno: il volto di Ciro, per la prima volta disteso e sorridente, viene ripreso mentre gli uomini di Enzo festeggiano. Per quanto possa essere fugace ed estemporanea, tale emozione solca pesantemente il volto di Marco d’Amore, evidenziando ulteriormente il distacco del Ciro odierno da quello del passato: Ciro di Marzio era già morto, quella parte del suo animo, ribelle e scontrosa, è stata sepolta con il corpo esanime della figlia nel momento in cui è riuscito a trovare vendetta ai danni di Pietro Savastano. Tutto ciò che è seguito a quel fatto, era il fantasma di quel Ciro di Marzio a portarlo in scena. Ovviamente il discorso appena fatto è figurativo, possibile da presentare grazie, come sempre, alla superlativa prova recitativa dell’intero cast e nello specifico dell’attore che interpreta l’Immortale.
Da una situazione di apparente pace come quella con cui si concludeva la passata stagione, dove Gennaro prendeva possesso del potere del padre, si ritorna ad un’altra situazione di pace apparente, anche se questa volta a Gennaro non sembra spettare il fortunato compito di “capo”: Enzo e i suoi uomini, tra cui spicca il personaggio di Valerio a cui è da sperare venga concesso maggiore focus nella prossima stagione, sembrano poter mantenere il controllo. C’è un nuovo capo in città: il suo nome è Sangue Blu.

“Voci lontane che ascolto, rivolto in alto, attendo che ogni quesito sia risolto, vedrò il tuo volto, ricorderò ogni frase in ogni sguardo mistico, perché se vivo ancora è solo tempo in prestito.” (Cose Preziose, Kaos One)

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Commiato tra Genny e Ciro
  • Ciro sulla tomba della moglie
  • Dualismo tra Ciro e Genny
  • Il personaggio di Enzo
  • L’intero episodio undici, magistralmente costruito per essere un bagno di sangue
  • L’eliminazione di personaggi che ormai avevano dato e detto tutto
  • Patrizia
  • La ricerca dell’equilibrio all’interno del caos
  • L’anno di attesa che ora ci aspetta

 

Gli attori escono di scena. Cala il sipario. Gli applausi arrivano scroscianti da parte del pubblico: Gomorra conclude questa terza stagione chiudendo un ciclo che definire importante sarebbe un eufemismo, ma lo fa con il coraggio di privarsi di uno dei due volti più importanti della serie. Una scelta drastica, ma giusta ed un futuro tanto incerto quanto interessante si scorge all’orizzonte. Addio Cirù.

 

Episodio 10 ND milioni – ND rating
Episodio 11 ND milioni – ND rating
Episodio 12 ND milioni – ND rating

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Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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