The Handmaid’s Tale 2×04 – Other WomanTEMPO DI LETTURA 5 min

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“June did this. June ran away. June consorted with terrorists. Not Offred. Offred was kidnapped. Offred is free from blame. Offred does not have to bear June’s guilt.”

A volte la fatalità del destino si abbatte su di un determinato individuo in misura maggiore rispetto a quanto decida di colpirne un altro. June ne è l’esempio lampante: nonostante il finale dello scorso episodio potesse risultare a tratti scontato per via delle implicazioni nella trama, è indubbio che un colpo al cuore dello spettatore ci sia stato. Solo per un attimo, un barlume di speranza e di gioia si era palesato nella mente dello spettatore sentendo l’aereo iniziare la fase di decollo. Ma una raffica di mitragliatrice ha trafitto l’aereo, il compagno di viaggio di June ma soprattutto la speranza -fino a quel momento tangibile- di essere tratta in salvo.
“Other Woman” rappresenta un ritorno al passato, un episodio nuovo dal punto di vista psicologico, ma con un retrogusto amaro di già visto e già vissuto: June viene incatenata, spogliata di ogni sua minima energia e demolita prima fisicamente poi mentalmente. Ed è proprio in questo secondo passaggio, quando Aunt Lydia spezza lo spirito da guerriera di June, che tutto ritorna come prima.
June viene nuovamente messa da parte ed accantonata mentre Offred, l’ancella rapita e salvata (questa la bugia tacitamente spacciata come verità), torna in scena. E’ lapalissiano quindi come il titolo della puntata vada a prendere spunto proprio da questa costruzione dicotomica del personaggio interpretato da Elisabeth Moss: da una parte la combattiva e mai doma June, pronta a tutto pur di trarre in salvo sé stessa e la figlia; dall’altra Offred, la silenziosa ed obbediente ancella che come un automa svuotato di ogni più piccolo barlume d’emozione si mostra allo spettatore in particolar modo in conclusione di episodio.

“But you didn’t ask them, did you? You chose for them. Such a selfish girl. Who killed him?”

Il punto focale della narrazione, come si evidenziava prima, risiede nel momento in cui June viene demolita psicologicamente. Ma come, esattamente, Aunt Lydia mette in moto questo meccanismo? Il tutto gioca attorno ad una semplice, ma potente parola: egoismo.
June sembra condannare a morte qualsiasi persona a lei cara per colpa del proprio egoismo, di suoi desideri personali ed anche il flashback torna utile in tal senso mostrando come anche in passato il comportamento di June fosse pesato sulle spalle di altri lasciando lei indenne e non intaccata. C’è qui da capire però che Aunt Lydia colpevolizza June non per puri e semplici atti di egoismo, ma per delle basilari richieste di pietà sociale e solidale che la giovane ancella aveva richiesto ad altri. Non è etichettabile (nel nostro mondo, si badi bene) come atto di egoismo la richiesta d’aiuto nella fuga, ma per Gilead sì, quindi ecco che a farne le spese non è il solo padre di famiglia ma la famiglia stessa smontata pezzo per pezzo e reintrodotta nel nuovo tessuto sociale post guerra.
June, probabilmente non più in contatto con la realtà, colpita forse nel profondo da ciò per cui viene incolpata e forse indebolita ulteriormente dai ricordi del passato (i fatti narrati nel flashback), svanisce nel nulla.  Offred riprende possesso della scena con i suoi occhi vacui e persi nel vuoto che vengono accompagnati da un falso sorriso di circostanza talmente surreale da risultare quasi psicopatico. Un commento va anche speso per il personaggio di Yvonne Strahovski (Serena): per quanto sia percepibile il suo lato “villain” all’interno della narrazione, nonché il desiderio degli sceneggiatori di volerla dipingere come un personaggio ambiguo sotto una infinità di aspetti, risulta comunque difficile non empatizzare con quello che, anche lei, sta vivendo.
Non si tratta qui di mettere in competizione June e Serena per capire chi se la stia passando peggio, quanto piuttosto un voler approfondire un personaggio dall’aspetto negativo, ma internamente concepito con una doppia natura: Serena è sicuramente un “carnefice” dal momento che mantiene fede alle regole di Gilead, ma agli occhi dello spettatore risulta anche “vittima” dal momento che, non potendo essere lei stessa davvero madre, tutto il processo (concepimento-nascita) la svilisce come donna e come persona dotata di sentimenti ed emozioni.
Nota a margine, visto che si è citato il processo legato alla nascita di un bambino, magistralmente e scenicamente impeccabile la costruzione della scena della benedizione durante la festa. Serena richiede la benedizione ed intercede non per l’ancella, bensì per il bambino, facendo (simbolicamente) da ponte verso il futuro nascituro. In questo contesto, quindi, la figura di Offred rappresenta quella di puro e semplice utero. Uno strumento naturale, nulla di più.
Da lodare anche in questa puntata l’amore per i dettagli e per la fotografia, il voler ricreare la figura geometrica del cerchio in ogni singolo momento possibile è sempre un piacere per gli occhi, soprattutto quando poi il tutto viene ripreso dall’alto.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Le riprese del processo di benedizione del figlio
  • June messa di fronte ai frutti del proprio “egoismo”
  • Aunt Lydia
  • Il personaggio di Yvonne Strahovski (Serena)
  • Eliminato ogni più piccolo appiglio per June/Offred nella camera da letto: nell’armadio sono state eliminate le scritte incise nel legno dalla precedente Offred
  • Elisabeth Moss e la duplice interpretazione di June ed Offred
  • Conclusione di puntata
  • E’ davvero un punto negativo che ci si ritrovi al punto di partenza (ma solo fittiziamente)? Ai posteri l’ardua sentenza

 

Un ritorno al passato per The Handmaid’s Tale, ma gli equilibri sono completamente cambiati. Con la variazione dello status quo, June/Offred si ritrova in una posizione subordinata e ancora più impotente rispetto alla precedente.

 

Baggage 2×03 ND milioni – ND rating
Other Woman 2×04 ND milioni – ND rating

 

Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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