Shameless 9×02 – Mo WhiteTEMPO DI LETTURA 5 min

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“Hey, let’s make Chicago white again.”

Dopo un inizio traballante ed aver disintegrato qualsiasi personaggio in scena, Shameless si mette all’opera per cercare di salvare il salvabile e di recuperare terreno. Purtroppo però, da questa impresa titanica, vengono malamente esclusi alcuni dei personaggi peggio trattati in queste ultime stagioni e che continuano ad essere ridimensionati (come minutaggio e peso all’interno del quadro generale della storia) episodio dopo episodio.
Debbie e Frank percorrono, seppur a parti invertire, lo stesso genere di filone narrativo: la politica. La giovane ragazza madre si ritrova, dopo aver scoperto nello scorso episodio di percepire una paga decisamente più bassa rispetto alle sue controparti maschili, ad intraprendere una lotta contro il gender way gap. Le donne, per motivazioni varie e tutte discutibili, percepiscono un compenso decisamente inferiore rispetto ad un uomo che ricopre lo stesso identico ruolo all’interno della medesima azienda. Shameless trae quindi ispirazione dalla vita vera e dalle numerose manifestazioni che hanno cercato di evidenziare agli occhi di tutti questa particolare problematica, ma lo fa a suo modo cercando di far rifiorire un personaggio, quello di Debbie, sempre più in caduta libera e che fatica a mantenere il ritmo del resto della famiglia Gallagher.
Frank, parallelamente, scopre un altro lato della politica: quello delle campagne elettorali. Ecco quindi che la più grande aspirazione di Frank (riuscire ad ottenere denaro facile) riesce per l’ennesima volta a coincidere con quanto la gente attorno a lui desidera: era stato così per la richiesta di medicine dal Canada, riaccade ora quando viene richiesto un candidato che possa rappresentare ogni singolo americano bianco del South Side di Chicago. Impareggiabile il fatto che, dopo nove stagioni, la gente continui a riporre un minimo di fiducia in Frank, mentre invece dovrebbero fiutare la fregatura a distanza siderale. Una cosa è certa fin da subito: per Frank tutta questa ricerca di denaro non finirà bene.

“I attended a congressional debate this afternoon, and you know what I experienced? Reverse racism. It’s all diverse gays and vaginas now. The tide is changing, gentlemen, damn fast, am I right?
We need a candidate of our own, boys. A bright, shining beacon of hope. We need someone who will promote and protect our values. Someone who’ll make sure our culture doesn’t disappear. Someone who sat on a barstool and stared down the gun barrel that is the working class experience.”

Liam è la rappresentazione, infatti, di cosa accade quando Frank cerca in tutti i modi di intromettersi nella vita dei propri figli: sciaguratamente scacciato dalla scuola privata, si ritrova alla deriva. Il più caparbio ed intelligente dei Gallagher, quello nel quale ognuno riponeva un po’ di fiducia sul suo futuro, si ritrova appiedato, colpevole di avere come padre Frank e quindi condannato a scontare le sue colpe.
Dopo la pessima introduzione narrativa della passata puntata, Lip riesce a rialzare la testa e continuare il proprio personale cammino accrescitivo lontano dall’alcool e dalla sregolatezza: dopo aver preso in cura la giovane Xan, Lip si ritrova a dover/voler fare da sponsor ad un giovane ragazzo-padre che sta cercando in tutti i modi di riabilitarsi sia agli occhi di se stesso, sia agli occhi della società. Lip non è sicuramente nuovo al ruolo di sponsor, proprio come viene fatto notare durante l’episodio. Il supporto profuso nei confronti del professor Youens e di Brad risulta essere un elemento più che sufficiente per sottolineare come il giovane Lip sia non solo maturato e cresciuto, ma soprattutto responsabilizzato. Una cosa non da poco, valutato il modo di vivere che aveva in precedenza il giovane.
Accantonato per il momento Carl, di cui si fatica (unitamente a Debbie) il ruolo, specialmente ora che Kassidi pare essere scomparsa di scena, i dubbi maggiori continuano ad essere legati ad Ian ed al personaggio che gli sceneggiatori sembrano volergli dipingere addosso.
La pazzia della madre sembra essersi fusa con il desiderio di riscatto sociale dei gay, ecco quindi che ad Ian viene pagata la cauzione proprio dalla “setta” da lui creata e dalla quale viene acclamato come “il Gesù gay”. Insomma, tutto questo filone sembra essersi protratto anche troppo e forse eccessivamente ingigantito (in onore di Ian la gente brucia furgoni in giro per il Paese, seriamente?). Non è un caso quindi che si decide di farlo fuggire dalla gabbia color arcobaleno nella quale rischiava di rimanere incastrato. Cercare di fuggire dal proprio character risulta quasi poetico, ma a conti fatti cozza profondamente con quanto fin qui mostrato e detto da Ian stesso.
Insomma, il personaggio di Cameron Monoghan sembra voler rigettare l’incarico di Gesù gay, nonostante sembrasse averlo richiesto a gran voce nella passata stagione. Proprio come Cristo furibondo quando scopre che il Tempio è diventato sede di un mercato, così Liam sembra voler reagire (senza la stessa dose di rabbia) quando scopre cosa è diventato il movimento da lui fondato: un insieme di persone e scelte ingestibile. Sotto certi aspetti, proprio come Shameless ora come ora.

“American men used to control everything. Look at a history book. We used to be the leading men. Now, we’re marginalized.”

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Lip e Frank
  • Fiona e l’ennesima caccia all’affare
  • Kevin ed il suo interesse nel racconto della suora
  • Kevin e Vi: un filone comico che riprende a carburare
  • Let’s make Chicago white again
  • Debbie e Carl al momento non pervenuti
  • Fiona e l’ennesima caccia all’affare
  • Ian, il Gesù Gay del South Side
  • Ford

 

Shameless riprende a macinare dopo la brutta battuta d’arresto con la quale aveva iniziato questa nona stagione. Ma svolge il suo semplice compito giusto per arrivare alla sufficienza, nulla di più.

 

Are You There Shim? It’s Me, Ian 9×01 1.31 milioni – 0.5 rating
Mo White 9×02 1.12 milioni – 0.4 rating

 

 

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Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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