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It’s A Sin 1×05 – Episode 5TEMPO DI LETTURA 5 min

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Recensione della 1x05 di It's A Sin“When I look back upon my life
It’s always with a sense of shame
I’ve always been the one on blame
For everything I long to do”
It’s A Sin – Pet Shop Boys

It’s A Sin è una perla di rara bellezza che miscela sapientemente una caratterizzazione originale dei personaggi assieme allo sfondo storico e culturale che abbraccia più di dieci anni di storia. Dieci anni non sembrano molto, ma lo sono in ambito medico e sociale. Sono abbastanza quando si parla di cambiare prospettiva.
Un salto di qualità per Russell T Davies – già apprezzato nel ruolo d’autore e sceneggiatore in molte altre serie – che ha lavorato ad It’s A Sin per cinque anni, dando vita ad una miniserie matura e progressista.

PATERNHOOD


La famiglia è uno degli aspetti fondamentali nella vita di qualsiasi individuo. È all’interno del nucleo familiare che gli esseri umani iniziano a formarsi e in It’s A Sin (come in moltissime serie che si incaricano di rappresentare delle minoranze) lo scontro generazionale è uno degli aspetti più importanti per i protagonisti. Sia Roscoe che Ritchie vengono da un ambiente familiare rigido, misogino e omofobo; un ambiente dove la diversità non è accettata, ma sfidata apertamente. Il destino di Roscoe – l’essere diseredato e costretto ad andare via da casa – è il destino che spetta a molti altri ragazzi e ragazze, Ritchie incluso.
La decisione di estromettere i genitori dalla sua vita è una scelta ponderata quanto dolorosa. Se vuole continuare a far parte della loro vita, alcune cose devono essere nascoste. Non solo l’essere gay, ma anche il non potergli dire di essere malato.
Davanti al dolore crollano delle barriere che sembrano insormontabili. Il padre di Roscoe è il primo ad ammettere di aver sbagliato e a fare un passo indietro, spaventato all’idea che il figlio possa morire, lontano dalla famiglia o, peggio, senza che lui lo sappia. L’AIDS, come molte altre malattie, non colpisce solo il malato ma anche le persone che gli stanno attorno.
Valerie e Clive Tozen ne sono l’esempio meglio riuscito. Clive non perdeva occasione per deridere gli uomini gay o anche solo quello che, secondo i suoi pregiudizi, giudicava come un atteggiamento effemminato, inadatto a un uomo.
Eppure vedere Ritchie in un letto d’ospedale lo trasforma in una persona completamente differente. Non importa se il figlio è gay, non importa se ha una malattia che era considerata un marchio infamante. L’unica cosa che conta è che Ritchie non muoia. Non così giovane, non in quel modo.
La vera sorpresa è la madre del ragazzo, Valerie (interpretata da una bravissima Keeley Hawes). Donna sottomessa al marito, manifesta una grinta ed una preoccupazione per Ritchie mai dimostrata fino ad ora. Preoccupazione che diventa puro egoismo quando si rende conto che il figlio sta per morire e lei non lo conosce. Lo spettro che sia stata una pessima madre – installato da Jill, ma soprattutto da un’altra donna che le chiede come sia possibile che non sapesse l’orientamento sessuale del figlio – innescano in lei una reazione inaspettata. Decide di prendere Ritchie con sé e di occuparsene personalmente, allontanando da lui chiunque. Dai suoi amici, al fidanzato – le sole persone che si sono presi cura di lui per anni, quando i genitori erano solo figure marginali della sua quotidianità – fino al padre, che viene cacciato dalla stanza in malo modo dalla moglie, desiderosa di recuperare gli anni perduti. In tutto ciò, si erge anche una sorta di piano sequenza veramente intenso e ben fatto nei corridoi dell’ospedale che diventano un labirinto di ansie e paure da cui è possibile fuggire.
Ritchie muore nel suo letto, lontano da tutti e anche da Valerie stessa che non è riuscita a ricostruire un vero rapporto con lui.
Per quanto il comportamento di Valerie sia riprovevole e dettato dal cieco egoismo, si integra perfettamente con il messaggio lanciato dall’autore i cui mittenti, per una volta, non sono tanto i giovani appartenenti alla comunità LGBTQ+, ma i loro genitori. O meglio, i loro genitori bigotti.
Le azioni hanno delle conseguenze e adattarsi alla propria mentalità chiusa può avere una degli esiti peggiori per un genitore: allontanare il proprio figlio fino a tagliare i rapporti con lui, non conoscerlo, non vederlo crescere e non sapere nemmeno se e come è morto.
Non c’è spazio per il lieto fine. Non quando si è agli inizi degli anni ’90 e l’ospedale diventa uno dei luoghi più frequenti nel corso delle puntate. Davies lo sa bene e non commette l’errore di cadere in un melenso finale, completamente inadatto per il tono serio e drammatico della serie. L’autore si prende solamente gli ultimi minuti per ripercorrere alcuni momenti salienti, quando il gruppo di amici era ancora al completo.

PERCHÈ VEDERE IT’S A SIN?


I motivi per la quale It’s A Sin è una serie da recuperare sono molteplici e, probabilmente, sono gli stessi per cui in Italia non c’è ancora nessuno che ne ha comprato i diritti (Netflix, dove sei?). Sebbene la narrazione funzioni egregiamente, il suo vero punto di forza è una splendida ricostruzione storica che analizza senza falsi moralismi le conseguenze disastrose non solo della malattia in sé, ma anche cosa succede quando ci si volta dall’altra parte, discriminando e ignorando segnali così forti e urgenti da un’intera comunità.
Sebbene si parli di 30 anni fa, le vicissitudini alla quale i personaggi vanno incontro sono attuali più che mai. Dalla discriminazione al negazionismo di cui Ritchie è vittima, le puntate aprono gli occhi su svariati argomenti senza cadere nel compiacimento tragico.
Menzione d’onore anche alla decisione di dare dei ruoli di personaggi omosessuali ad attori omosessuali, scelta sempre molto criticata.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il cambiamento di Ritchie
  • La redenzione dei genitori di Roscoe e Ritchie
  • Valerie (e l’attrice che la interpreta) che regalano un altro lato della medaglia, spesso ignorato
  • Finale perfetto che chiude una miniserie audace e ben fatta
  • Niente da segnalare

 

Sono state decantate abbastanza lodi per It’s A Sin che si colloca tra i prodotti più interessanti ed innovativi usciti negli ultimi mesi.

Ha studiato cinema alla Sapienza. Innamorata dell'horror e della fantascienza, la rende felice un buon adattamento di un libro di Stephen King o un film sui viaggi nel tempo. Non parlatele del politically correct se non volete iniziare un litigio infinito. Crede fermamente che Fox Mulder sia il suo spirito guida.

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