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Time 1×02 – Episode 2TEMPO DI LETTURA 3 min

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recensione time 1x02 Dopo un primo episodio molto introduttivo e maggiormente dedito alla costruzione dell’atmosfera, claustrofobica e ansiogena, del carcere in cui è stato rinchiuso Mark Cobden, “Episode 2” ha invece il compito di approfondire le storie personali dei protagonisti, insistendo in particolare sulle ragioni che hanno fatto incarcerare parte dei detenuti.

IL LATO CRIMINALE DELLE PERSONE NORMALI


Dietro ogni prigioniero c’è una storia di vita che improvvisamente prende una piega sbagliata. Attimi di debolezza si trasformano in azioni criminali e anche un insegnante di mezza età può ritrovarsi da un giorno all’altro rinchiuso in una cella, privato della libertà e costretto a difendersi da detenuti violenti per un misero tozzo di pane.
Questo secondo appuntamento con Time decide di esplorare il passato di alcuni detenuti della prigione, mostrando allo spettatore il lato più umano del criminale, vittima delle sue stesse emozioni e, nella maggior parte dei casi, della disperazione. Emblematici in questo senso sono il triste caso di Paul, giocatore d’azzardo in crisi con la moglie a causa dei suoi problemi di ludopatia, che ha scelto di rapinare il centro scommesse soltanto perché nella sua testa, in un momento di disperazione, le alternative erano l’uxoricidio o togliersi la vita; e la riprovevole storia raccontata da Daniel, macchiatosi di omicidio per non perdere la faccia di fronte ai suoi amici, e qui in cerca di perdono di fronte ai familiari della vittima. Un perdono che, naturalmente, i genitori decidono di non regalare all’assassino del proprio figlio, a maggior ragione viste le reali motivazioni dietro l’omicidio.
Lo stesso Mark va in cerca di perdono da parte dei familiari della vittima, ricevendo l’ennesimo rifiuto che solleva dunque alcuni interrogativi abbastanza pruriginosi: se per un detenuto pentito il perdono rappresenta l’unica possibilità di redenzione per poter andare avanti con la sua condanna, per un familiare della vittima assume la stessa importanza? L’accettazione del pentimento dell’assassino del proprio figlio può effettivamente lenire il dolore causato dalla perdita? Molto probabilmente si tratta di una doppietta di “no”, apparentemente anche abbastanza semplice da sfoderare. Eppure, grazie alla figura di Daniel, che ci viene mostrata nella sua migliore figurazione, quella più umana, prima, durante e dopo il colloquio con i genitore del ragazzo ucciso, allo spettatore è concesso di valutare l’uomo per ciò che è e non per ciò che ha fatto, trovandosi probabilmente nella condizione di schierarsi ugualmente da parte del genitore nel momento del rifiuto del perdono, ma con la possibilità di valutare la cosa sotto un punto di vista differente e decisamente più ampio.

L’HO FATTO PER LA MIA FAMIGLIA


L’altro elemento su cui l’episodio decide di concentrarsi, e che non può certo dirsi una novità in questo tipo di drama (Your Honor, Breaking Bad, Ozark, tanto per dirne tre a caso), è quello riguardante la volubilità della bussola morale di un padre di famiglia costretto a difendere la sua famiglia.
Com’era facilmente prevedibile, McNally infine cede alle pressioni dei detenuti e passa dall’altra parte della barricata. La prigione si riempie immediatamente di prigionieri strafatti che lo costringono a suonare l’allarme, e tutto questo soltanto dopo il primo favore fatto a Jackson Jones. La vita del figlio sembra a questo punto legata indissolubilmente alla figura di McNally, oramai ostaggio dei suoi stessi detenuti, e naturalmente la situazione potrà andare soltanto in due direzioni: verso la rassegnazione o verso la tragedia. La storia della guardia carceraria purtroppo però sembra procedere in direzione della seconda, presentimento rinforzato ulteriormente dal breve scambio di parole con l’agente di polizia sul finale, finito con un fortunato “Ok. No worries.” che rimanda il tutto all’episodio conclusivo ma che puzza terribilmente di presagio premonitore.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Interpretazioni di protagonisti e comprimari impeccabili
  • Atmosfere claustrofobiche e ansiogene
  • Le storie dei detenuti
  • Sean Bean come Mike Tyson
  • Il finale premonitore
  • Jackson Jack come maestro Miyagi
  • Forse un paio di puntate in più avrebbero fatto comodo

Time prosegue con la narrazione in maniera impeccabile riuscendo, nonostante il numero contenuto di episodi a disposizione, a dare spessore a protagonisti e comprimari appena abbozzati. Inoltre, le situazioni estremamente ansiogene e l’atmosfera claustrofobica che permea l’intera narrazione, trascinano letteralmente lo spettatore tra le mura del carcere, impreziosendo ulteriormente una già piacevole visione d’insieme del prodotto BBC.

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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