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The Late Night With Recenserie 1×06 – Serie TV Italiane: Rivalsa Tricolore?TEMPO DI LETTURA 10 min

Buona notte a tutti. Torna anche questa settimana il Late Night Show, l’appuntamento bimensile più atteso dagli appassionati delle serie tv e dagli stessi recensori di Recenserie, finalmente chiamati a dire la loro con opinioni non richieste al di fuori delle “restrizioni” delle recensioni. Così come i famosi Late Night Show americani da cui traiamo apertamente ispirazione, anche questo appuntamento, previsto ogni due giovedì notte, è necessariamente costituito da alcuni “ospiti” che in quest’occasione portano il nome di Fabrizio, Sara e Benedetta.
Il tema di questo sesto appuntamento riguarda la produzione seriale del Bel Paese: bistrattata, attaccata, ritenuta indegna e spesso e volentieri non presa in considerazione nemmeno dallo stesso pubblico italiano. Ma quali sono le radici di questa serialità nostrana e oggi, nel 2020, ha davvero senso tutto questo accanimento? La parola ai nostri esperti. 

 

  • Quale è, secondo voi, la serie TV italiana che ha aperto la strada all’Italia per approdare, come fornitore di prodotti seriali, all’estero?


    FABRIZIO: 
    Così a sentimento direi Gomorra, la serie che forse ha riscosso maggior popolarità anche all’estero (distribuito in quasi 200 paesi). Certo non possiamo dimenticarci di serie come Suburra (primo prodotto originale Netflix italiano), My Brilliant Friend (distribuita in più di 160 paesi) o The Young/New Pope (ad oggi unica serie italiana ad essere stata candidata a Emmy e Golden Globes), tutte serie che sicuramente hanno aiutato in questo processo di affrancamento del prodotto seriale italiano nel mondo.

    SARA: Se penso alla prima volta che ho sentito risuonare un prodotto televisivo italiano all’estero nella storia recente mi viene in mente subito Gomorra. L’esordio della serie risale ormai al 2014 e dopo essere approdata in UK nello stesso anno non ci ha messo molto ad arrivare anche sulla tv americana. Ma quello che ricordo soprattutto è la forte risonanza che la serie aveva avuto sin dall’inizio proprio all’estero. Certo, a suon di stereotipi forse avranno pensato “chi meglio degli italiani per una serie che parla di criminalità mafiosa?” – senza contare il risalto che vi era già dietro grazie al libro di Roberto Saviano – e le hanno dato subito una chance. Ma credo che il riscontro nato da questo primo “evento” sia poi stato la spinta giusta per indurre altri prodotti italiani a provare ad ampliare il loro raggio.

    BENEDETTA: Gomorra. Gomorra è stata la prima serie italiana a sbarcare con un successo inaspettato oltre il confine, ma ad aprire la strada a un nuovo modo di fare televisione è stata senza dubbio Romanzo Criminale, il primo vero prodotto italiano con tutte le carte in regola per competere sul mercato internazionale. Lontano dai medici che palpano le infermiere e dal politically correct che ha inquinato le produzioni italiane per anni, Romanzo Criminale è stata la prima serie tv a portare in scena un po’ di realismo, con dialoghi credibili, storie verosimili e una ricercata introspezione psicologica dei personaggi.
    Credo non ci sia nemmeno bisogno di dilungarsi oltre, piuttosto mi riservo queste righe per il mega elenco che sto per sciorinarvi alla domanda numero 3.

 

  • Prima un timido accenno con I Medici, poi una conferma maggiore con My Brilliant Friend, entrambe arrivate anche nei palinsesti americani; pensi che le serie tv made in Italy siano sulla buona strada per imprimersi anche nell’immaginario collettivo mondiale?


    FABRIZIO:
    Spesso si commette l’errore di considerare la TV italiana spazzatura. Sento molte persone disprezzare prodotti televisivi italiani senza nemmeno averli guardati, e questo sicuramente a causa dell’offerta praticamente illimitata a cui siamo abituati oggigiorno con Netflix, Prime, Disney+ e compagnia. Viviamo nell’epoca d’oro della serialità televisiva, quindi credo sia normale che finalmente qualche prodotto nostrano ottenga maggior riconoscimento all’estero. Ad ogni modo credo che il fattore “nazionalità” conti poco se poi il prodotto di base manca di originalità. Serie come Baby o Skam ITALIA hanno raggiunto la popolarità all’estero ma non possiamo certo definirli capolavori, mentre piccoli gioiellini “di nicchia” come Romolo+Giuly o Il Candidato, così per dirne due a caso, non verranno mai apprezzati al di fuori dello Stivale. La strada per imprimersi nell’immaginario collettivo internazionale è ancora lunga, però sicuramente adesso possiamo dire di avere una chance a tutti gli effetti.

    SARA:  Ecco, questi prodotti qui citati sono quelli che secondo me si possono considerare come prove di espansione definitiva dopo Gomorra. Diciamo che l’affiliarsi ad altre reti straniere ha anche aiutato nell’esportazione (My Brilliant Friend produzione italo-americana, I Medici anglo-italiana) e, soprattutto per quanto riguarda I Medici, la scelta di un cast internazionale ha fatto la sua parte. Sta di fatto che seppur partiti con una spinta in più, la qualità del prodotto si è fatta subito notare, portando queste due serie ad avere un notevole seguito e risalto anche all’estero. Credo poi che soprattutto My Brilliant Friend sia ormai annoverata anche a livello mondiale tra le migliori serie sia per sceneggiatura che recitazione e narrazione, una promozione globale in pratica. Quindi, se la strada intrapresa è questa perché i prodotti italiani non dovrebbero continuare a seguirla? Certo, il pericolo di dar vita a serie imbarazzanti è sempre dietro l’angolo, soprattutto con Netflix che ha la capacità e possibilità maggiore di alternare prodotti fatti bene (Suburra) ad altri  da dimenticare (Baby, Luna Nera), ma credo che con questi show centellinati di egregio livello la concezione dei programmi italiani all’estero è davvero iniziata a cambiare seguendo un’onda più positiva.

    BENEDETTA: Le produzioni italiane hanno dimostrato di essere più che all’altezza in uno scenario internazionale. Quando si parla di qualità si fa riferimento a tutti quegli elementi che denotano una voglia di fare buon intrattenimento: sceneggiatura, scelta del cast, set, regia; tutte quelle caratteristiche prese brillantemente in giro da Boris, l’esempio perfetto di una serie di qualità che insegna come non fare serie di qualità.
    Certo, attualmente il numero di serie tv italiane è esiguo di fronte all’offerta sul mercato, ma non c’è alcuna fretta né alcun bisogno di primeggiare.

 

  • Essendo gli intervistati di età compresa tra i ∞ e i -∞ anni, quali sono le prime serie televisive italiane che ricordate di aver seguito assiduamente durante la vostra infanzia/adolescenza?


    FABRIZIO:
    Precisando che da piccolo seguivo più che altro serie animate e una manciata di serie americane per ragazzi come “Crescere che fatica!” e “Quell’uragano di papà”, i primi ricordi relativi a serie televisive italiane seguite con assiduità portano alla mia mente tre titoli in particolare: il primo – scontatissimo – “Casa Vianello”, il secondo – sempre abbastanza scontato – “Nonno Felice” e il terzo – decisamente meno scontato – “Quei due sopra il varano”, serie con protagonisti Lello Arena ed Enzo Iacchetti che non ho mai più avuto modo di vedere da allora. In pratica tutte sitcom all’italiana, anche perché ai tempi quella era la scelta. Se invece dovessi scegliere una serie con una trama orizzontale un po’ più “elaborata”, bisognerebbe andare avanti di qualche anno con “I Cesaroni”, prima serie italiana – che poi ho scoperto essere un format spagnolo – che ho davvero seguito con continuità. Non una delle scelte televisive di cui vado più fiero.

    SARA: Oddio, che viaggio nel viale dei ricordi…beh, credo che non si possa non partire dalla più ovvia di tutte: Un Medico In Famiglia, serie italiana per eccellenza rimasta nell’immaginario collettivo insieme alla figura di nonno Libero. Poi, saltando in maniera casuale tra Rai e Mediaset, come dimenticare Il Maresciallo Rocca, Commesse, Sei forte Maestro, Elisa di Rivombrosa e uno dei miei preferiti in assoluto all’epoca, Distretto di Polizia (anche a quei tempi come ora le prime stagioni insuperabili rispetto al calo delle ultime). Poi ricordo anche le serate con mia madre a vedere Incantesimo. Ma soprattutto c’è una serie che ha segnato la mia pre-adolescenza, per quello che può essere considerato uno tra i miei primissimi teen drama: Compagni di Scuola, con il bad boy Riccardo Scamarcio. Se ci penso adesso ancora rido… solo io lo vedevo??

    BENEDETTA: Partiamo con il dire che a qualunque età possiate intuire dovete sottrarre dieci anni, perché sono quelli che dimostro realmente. Fatte le dovutissime premesse, vi basti solo sapere che ho i numeri giusti per ricordare un imbarazzante Compagni Di Scuola sulle reti Rai con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Brando De Sica e una sigla che continua a riecheggiare nella mia testa ogni volta che vedo un Eastpak e uno Scarabeo 50.
    Il vero momento amarcord arriva però con il binomio Caro Maestro e Sei Forte Maestro (ma che sigla bella? ma che sigla bellissima?) con Marco Columbro e Emilio Solfrizzi che mi hanno praticamente insegnato le moltiplicazione con i decimali; probabilmente motivo per cui poi ho preso la licenza classica, ma questa è un’altra storia.
    Per timore reverenziale dovrei forse citare Un Medico In Famiglia, ma vorrei sfruttare queste righe per riportare in auge un bistrattato Ma Il portiere Non C’è Mai? o Commesse con Veronica Pivetti e una Ferilli con le poppe costantemente al vento.
    Pochi forse poi ricorderanno Valeria Medico Legale con una Claudia Koll redenta e vestita, oppure Professione Fantasma con Massimo Lopez e il suo inseparabile impermeabile. Ero una telespettatrice di Occhi Del Cuore e non lo sapevo. Quanto trash ingiustamente dimenticato…

 

  • Nel corso della sua storia la tv italiana ha sempre cercato di stare dietro al modello americano (sempre con un po’ di ritardo aggiungerei): prima con le sitcom, poi con i medical drama (amico mio, un medico in famiglia, dottoressa Gio) e le fiction drammatiche (distretto di polizia, la piovra) ora con le serie crime (Gomorra, Suburra, Romanzo Criminale) e le docuserie su personaggi noti al pubblico (Chiara Ferragni, Tiziano Ferro, Sfera Ebbasta). Pensate esista attualmente in Italia un prodotto televisivo unico, originale e che “gli altri ci invidiano”?


    FABRIZIO:
    Pensando a tutti i prodotti italiani usciti finora, di getto mi verrebbe da tifare per Boris. Si tratta sicuramente di un prodotto unico a livello italiano e per alcuni versi interessante anche per un pubblico straniero, unica pecca il settore preso in esame – la fiction italiana – difficilmente adattabile fuori dallo Stivale. Se dovessi invece trovare un prodotto unico, decisamente “italiano” e godibile a prescindere dalla nazione, sceglierei proprio il citato Romanzo Criminale, un bel telefilm che non cerca di scimmiottare i crime drama americani ma che invece mostra di avere una propria personalità e identità. Anche se temo non abbia raggiunto la notorietà all’estero di altri prodotti coevi quali Gomorra o Suburra.
    Guardando i numeri, invece, direi che è proprio Gomorra la favorita, trasmessa in quasi 200 paesi e molto apprezzata da pubblico e critica. A parer mio un ottimo prodotto televisivo, ma di certo non “unico” se visto in relazione al prodotto crime medio. Ad ogni modo, nonostante quantità non sia sinonimo di qualità, numeri del genere vorranno pur dire qualcosa.

    SARA: Diciamo che a livello televisivo la nostra formazione è ampiamente basata sull’ispirazione dei modelli d’oltreoceano, quindi è difficile trovare qualcosa che loro non abbiano già fatto. Va detto che ultimamente la qualità delle nostre “scopiazzature” è aumentata parecchio, seppur ci sono prodotti a cui non riusciamo ancora ad avvicinarci (loro hanno innumerevoli talk show di egregio livello, noi perlopiù trash show). Tuttavia, forse qui da noi vi è un prodotto unico nel suo genere e che in America, non so se lo fanno, ma dovrebbero proprio invidiarci: Ulisse – Il Piacere della Scoperta. Forse questo programma rientra nel genere documentario, ma penso che la sua formula abbia un qualcosa di diverso, grazie anche al montaggio, al modo di raccontare di Alberto Angela o all’uso dei monologhi degli ospiti, che rendono molto più dinamico, vivo e attrattivo qualsiasi racconto o storia. Qui dunque si sfocia nel campo culturale, ma d’altra parte tra Storia e cultura contro gli americani vinciamo a mani basse da sempre.

    BENEDETTA: Non è tanto una questione di genere quanto di stile, direi. Non vi è dubbio che un Mr. Bean è un humor inglese non paragonabile a nessuna comedy americana, si tratta di prodotti diversi, di stili molto lontani e di gusti personalissimi.
    Gomorra, The Young Pope, L’amica geniale, Suburra sono tra le narrazioni più riuscite all’estero perché parlano di noi, della nostra terra, della nostra storia. Ed è tutta una cultura che agli occhi degli americani ha molto più fascino di quanto non si pensi.
    Oltreoceano hanno senza dubbio insegnato il modo di fare tv e su questo siamo tutti d’accordo, ma questa ossessiva ricerca di accostarsi al prodotto americano rischia di far perdere peculiarità che potrebbero essere chiave per una narrazione nostrana. La nostra specialità sono gli spaghetti, non gli hamburger.

 

Grazie e buona notte a tutti.

La Redazione di Recenserie

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