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The Late Night With Recenserie 2×05 – La Trappola Del Politically CorrectTEMPO DI LETTURA 15 min

The Late Night With Recenserie 2

Buona notte a tutti.
Ritorna per la seconda stagione il Late Night Show, l’appuntamento bimensile più atteso dagli appassionati delle serie tv e dagli stessi recensori di Recenserie, finalmente chiamati a dire la loro con opinioni non richieste al di fuori delle “restrizioni” delle recensioni. Così come i famosi Late Night Show americani da cui traiamo apertamente ispirazione, anche questo appuntamento, previsto ogni due giovedì notte, è necessariamente costituito da alcuni “ospiti” che in quest’occasione portano il nome di Fabrizio, Giulia e Marco.
Il tema di questo quinto appuntamento riguarda il sempre più scottante tema del “politicamente corretto”. Ormai fonte di diatriba in ogni ambito, il politically correct sta condizionando anche il mondo seriale. Ma fino a che punto influenzerà il modo di fare tv? La parola ai nostri esperti.

 

  • In una realtà in cui anche il bacio del principe azzurro assume chiavi di lettura esasperate, da un punto di vista seriale, fino a che punto pensate il politically correct influenzerà sempre più il modo di fare TV?

    FABRIZIO: In una società come la nostra, oramai dilaniata dalla piaga del social networking e della libertà di parola in mano a letteralmente chiunque disponga di una connessione wi-fi, un tema come il politically correct non potrà che sfuggire ben presto di mano, influenzando (e distruggendo) irrimediabilmente la genuinità di qualsiasi opera comedy che avrà il coraggio di spingersi oltre ciò che è convenzionalmente divertente.
    Citando il buon vecchio Ricky Gervais, se una cosa offende qualcuno non è detto che debba essere universalmente offensiva. La percezione di ciò che è corretto e scorretto è di per sé soggettiva e imporre ad un’opera un determinato approccio, più corretto politicamente, significa censurarlo o, ancor peggio, travisare il reale senso celato dietro ad alcune battute, considerate da alcuni spettatori un’offesa ad una comunità, etnia, o quant’altro, della quale spesso tale spettatore non fa nemmeno parte. L’unica offesa, a mio avviso, è all’intelligenza dello spettatore “normale”, colui che non ha difficoltà a distinguere tra comicità/satira (solo se espressa intelligentemente) e realtà, e che non ha bisogno di essere istruito dal finto perbenismo di qualcuno che si sta parando il culo per non finire in mezzo a qualche polverone mediatico sollevato dal primo utente frustrato, in cerca di cinque minuti di fama, nei commenti di qualche post su Facebook.

    GIULIA: Credo che il politically correct sia un argomento ampissimo e complesso che rispecchia la complessità della società contemporanea e delle sue diverse sensibilità. Il confine tra opportuno e forzato è spesso labile e si modifica anche abbastanza velocemente (o meglio, in base agli argomenti caldi per l’opinione pubblica in un determinato periodo). Quindi non mi sento di prevedere fino a che punto possa arrivare ad influenzare il modo di fare tv. Sicuramente c’è il rischio di un appiattimento delle idee, soprattutto nell’ambito televisivo (rispetto al cinema, per esempio) che ha già logiche e parametri più stringenti rispetto all’arte cinematografica. Il rischio che i network blocchino soggetti e idee, magari eccessivi e ambigui, per paura di imbattersi in polemiche future temo sia reale. E in un mondo che ha disperato bisogno di storie nuove e originali è sempre un peccato impedirne la proliferazione.

    MARCO: Sicuramente ci sarà sempre più attenzione ai temi dell’inclusività e alla lotta agli stereotipi, che è sempre una buona cosa. Ma temo ci saranno ancora più cacce alle streghe e tentativi di damnatio memoria per quelle opere che, essendo figlie del loro tempo, non rispecchiano più i tempi attuali. Da quando persino Friends è stata accusata di essere una serie omofoba (nonostante sia stata una delle prime a trattare il tema dell’omosessualità e ad avere un protagonista col padre travestito) ho capito che nulla e nessuno è più al sicuro, che i tentativi di revisionismo si moltiplicheranno e che da questo punto di vista ci attendono tempi bui.
    Più difficile è prevedere il comportamento di network e piattaforme streaming. Per paura di critiche e polemiche potrebbero piegarsi sempre più alle esigenze della politically correctness, così come potrebbero andare controcorrente sfidando gli imperativi di questo modo di pensare. Non dimentichiamoci che Netflix, spesso vista come la culla dell’intrattenimento politicamente corretto, negli ultimi anni ha prodotto anche roba come Insatiable, che creò un sacco di polemiche fin dal trailer, o il film Cuties, anch’esso sommerso di critiche per la sessualizzazione delle bambine, e che attualmente ospita nella sua scuderia Ricky Gervais, un comico che di politicamente corretto non ha niente.
    La mia speranza è che a un certo punto la gente si renda conto di quanto sia sciocco questo atteggiamento estremista e che si arrivi a una “inclusività intelligente”, che dia voce a tutti (ma proprio a tutti, eh, non solo alle minoranze sulla cresta dell’onda come accade oggi) senza sacrificare la libertà artistica e la qualità dell’intrattenimento.

 

  • Negli ultimi anni, tra cinema e TV sono moltissimi i casi di inclusione valutati dalla gente come tentativi fin troppo evidenti di politically correctness (rifacimenti al femminile come Ghostbusters o Ocean’s Eight, ruoli storicamente maschili affidati a figure femminili come in Dr. Who o Star Wars e così via; protagonisti che da bianchi diventano neri senza alcuna ragione precisa). Cosa pensate a riguardo? Credete si possa essere TROPPO politicamente corretti o si tratta di un paradosso?

    FABRIZIO: Assolutamente sì, si può essere troppo politicamente corretti e remake al femminile o recasting con personaggi di altra etnia (in alcuni casi tra l’altro storicamente inaccurati) ne sono un’evidente prova. Ci sono centinaia di opere tutte al femminile, oppure con protagoniste persone di colore, tanto per citare i due esempi più comuni, e modificare un’opera originariamente pensata tutta al maschile o incentrata su una famiglia/comunità di bianchi soltanto per mostrare una maggiore apertura mentale a mio avviso dimostra esattamente il contrario.
    Il fatto che io, spettatore, giunga automaticamente a questo tipo di associazione mentale, è di per sé il fallimento stesso dell’operazione, che non fa altro che accentuare la diversità, raggiungendo di fatto l’opposto di quanto ci si era prefissati fin dall’inizio. Il superamento di questo odio, che sia di stampo razziale, sessuale, o di altro genere poco importa, parte proprio da qui: l’eliminazione di ogni atto o pensiero che in qualche modo richiami una diversità, e fare un recasting di questo genere in una storia che ha già detto tutto, tra l’altro realizzando spesso un remake di pessima qualità, non fa altro che gettare benzina sul fuoco. Si tratta solo di un modo subdolo per farmi pensare, ad esempio: “ah, ma il protagonista ora è nero, prima era bianco!”; pensiero che non mi salterebbe mai in mente se stessi guardando un film come Black Panther, dove la maggioranza dei protagonisti sono di colore, ma che invece spunterebbe se un domani decidessero di fare un remake ambientato in Europa chiamato White Panther.

    GIULIA: Il tema dell’inclusione esiste, il problema è come affrontarlo. Fare remake al femminile di film iconici del passato è una forma di quota rosa e non credo sia il modo corretto di affrontare il tema della disparità in nessun ambito, tantomeno quello televisivo/cinematografico. Soprattutto se il risultato non rispetta le aspettative (visto che i sopracitati film non hanno riscontrato successo di pubblico o di critica). L’operazione dovrebbe servire a far capire che certi film, storicamente interpretati da uomini, potrebbero esser fatti dalle donne con lo stesso risultato, (motivo per cui in entrambi i casi sopracitati i cast erano stellari, esattamente come negli originali). Se però il risultato finale non è all’altezza, non solo si vanifica il buon proposito ma potrebbe addirittura essere controproducente. Le donne (o le minoranze) non meritano solo maggior spazio ma anche spazio di maggior qualità.
    Infine, mi sento di dire che mosse come l’inserimento di protagonisti di minoranze etniche in tutti i franchise saranno sicuramente dettate dal marketing più che dalla trasmissione dei valori di inclusione della produzione. Ma se si ottiene il risultato di far credere a un ragazzino nero che anche lui può essere un supereroe come il suo compagno di classe bianco e biondo (che lo sapeva già dagli anni ’50), allora credo che possiamo farcelo andar bene.

    MARCO: Sono situazioni che vanno giudicate caso per caso, perché non sempre sono frutto della politically correctness.
    L’affidamento di ruoli storicamente maschili a figure femminili, ad esempio, non è un’invenzione di oggi: negli anni ’70 la Marvel creò la controparte femminile di Conan, Red Sonja, con una propria linea di fumetti; negli anni ’80 successe la stessa cosa nel franchise dei Masters of Universe con She-Ra, che di recente Netflix ha riesumato in un remake che sta avendo, a quanto ho capito, un certo successo; per non parlare di Xena, che è nata come spin-off e contraltare femminile di Hercules per poi diventare ancora più famosa del personaggio di Kevin Sorbo; e di esempi se ne potrebbero citare tanti altri. Quindi da questo punto di vista non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Al massimo è cambiato l’approccio: in passato certi personaggi erano fortemente sessualizzati per il pubblico maschile, adesso la tendenza è in forte diminuzione. Rey della recente trilogia di Star Wars, per esempio, in confronto a Xena o a Red Sonja sembra una monaca.
    Passando ai recenti rifacimenti al femminile, ammetto che non mi hanno mai interessato. Non perché sia un latente maschilista, ma perché ho poca simpatia verso i remake, i reboot e tutte quelle operazioni basate sul recupero di vecchie glorie e la loro riproposizione nei tempi moderni. Nel caso di Ghostbusters, per esempio, mi bastano i due mitici film degli anni ’80, non so nemmeno se andrò a vedere il terzo in uscita quest’anno (COVID permettendo).
    Infine, quanto al cambio di etnia, lo trovo fuori luogo soltanto se si parla di produzioni storiche, perché lì ci sono dei dati reali a cui attenersi, non si può inventare.

 

  • Tempo fa diverse serie tv hanno visto censurare alcuni dei loro episodi a causa del fenomeno della blackface. Tra queste anche serie come Scrubs, che ha sempre promosso l’uguaglianza anche grazie ai due protagonisti, bianco e afroamericano, migliori amici nella serie come nella vita, e ai loro siparietti volti a prendere in giro ignoranza e stupidità della gente. Non bisognerebbe cercare di fare una distinzione maggiormente basata sul buon senso, invece che limitarsi a censurare tutto alla cieca soltanto per non rischiare di offendere qualcuno?

    FABRIZIO: Ovviamente sì, ma spesso chi fa partire queste polemiche pare completamente avulso da qualsivoglia forma di buon senso. Recentemente mi è capitato di vedere alcune produzioni molto vecchie, figlie di altre epoche e, effettivamente, se uno spettatore più giovane in qualche modo non riuscisse a comprendere che si tratta di un’epoca storica oramai lontana, potrebbero risultare a tratti offensive. Il discorso invece cambia quando al centro del mirino finiscono serie come Scrubs, appunto, che praticamente basa quasi tutto il suo magnetismo sul magnifico rapporto tra i due protagonisti, ai quali non importa nulla delle reciproche etnie. Censurare una blackface (tra l’altro in questo caso fatta proprio perché Turk rassicura JD, inizialmente reticente, dicendo: “non ti preoccupare, finché sei con me va bene”) in tale contesto a mio avviso è una buffonata senza eguali, e promuove un messaggio del tutto sbagliato, ovvero quello che, a prescindere dal contesto e dal tipo di comicità, un determinato comportamento DEVE essere censurato perché qualcuno ha deciso così. Senza contare l’effetto già citato in precedenza, grazie al quale viene posto un accento su un momento, nel nostro esempio la blackface di JD, che probabilmente NESSUNO ha mai interpretato in quella maniera. Quantomeno nessuno con un briciolo di buon senso.

    GIULIA: La mia risposta è sì, ci vorrebbe del buon senso. Innanzitutto perché ogni prodotto è figlio del proprio tempo e come tale va visto. Non possiamo certo cancellare tutte le serie e i film in cui la donna è solo una casalinga o i personaggi cinesi fanno solo i mafiosi o gli esperti di arti marziali o i neri sono solo spacciatori. Possiamo guardarli con una maturità e sensibilità maggiore che i tempi che viviamo ci conferiscono, ma censurare capolavori del passato (come Scrubs o come Via Col Vento che personalmente sono nella top 5 delle rispettive categorie) è una mossa sbagliata per me.

    MARCO: Ci sono situazioni in cui una blackface o una rappresentazione stereotipata di determinate etnie e orientamenti sessuali non sono finalizzati alla presa in giro, al motteggio, addirittura al razzismo e al sessismo, ma semmai alla riflessione critica su quei comportamenti. Il caso di Scrubs è emblematico in questo senso: ci si è accaniti tanto contro la blackface di J.D. in un episodio, nonostante la scena fosse proprio una condanna della blackface, un modo (sicuramente leggero e ironico, ma non per questo meno importante) di far capire quanto sia sbagliato un simile comportamento.
    Cito anche il caso di Apu, che (come spesso succede con i personaggi creati da Matt Groening) non prende in giro gli indiani ma la visione stereotipata che l’America ha degli indiani; eppure l’implacabile mannaia della censura PC vi ha visto solo un ritratto razzista. Così persino i Simpsons, che fino a qualche anno fa erano uno dei baluardi della satira animata americana, si sono piegati alle ragioni del politicamente corretto.
    Ancora più grave (o ridicolo, o paradossale, a seconda dei punti di vista) è il caso di Community, dove la blackface incriminata non riguardava nemmeno gli afroamericani, ma un drow, una razza di D&D che non esiste. A meno che non ci siano drow nascosti tra noi e non ce ne siamo mai accorti.
    Questi sono solo tre esempi, ne potrei fare altri cento, ma fanno capire quanto poco buon senso ci sia nella zucca di chi invoca la censura su tutto e tutti. Purtroppo, fermarsi a studiare l’oggetto della propria critica e capire le ragioni di una data scena è una cosa che non tutti fanno, o di sicuro non i paladini della cancel culture.

 

  • È l’argomento attuale della TV italiana: le polemiche che vedono protagonisti, in modi diversi, personaggi come Fedez e Pio e Amedeo. Da un lato la messa in discussione della libertà di espressione, dall’altro l’esasperazione del politicamente corretto che vuole frenarne alcune rappresentazioni. Considerando il modo in cui anche il mondo seriale ne è stato toccato (come dagli esempi delle precedenti domande), a livello televisivo o cinematografico dove pensate si incontrino questi due pensieri nel momento in cui si vuole raccontare una storia? C’è un filo che divide l’insulto dal mantenimento della libertà artistica?

    FABRIZIO: Ovviamente c’è, e non si tratta di un filo ma di un vero e proprio muro. A mio avviso il caso di Pio e Amedeo rappresenta l’esempio perfetto di quale sia il reale fulcro della questione. Esaminando soltanto le parole del duo “comico” (virgolettato non per caso), il mio primo pensiero è stato: “è vero, avete ragione, oramai non si può più scherzare su niente”. Ovviamente però, cinque decimi di secondi più tardi, il mio cervello ha subito insistito per fare una precisazione: “Certo, avrebbero ragione se la loro comicità non si basasse sul parlare in dialetto pugliese a ragazze di altre nazionalità, tra l’altro con un umorismo che non fa ridere manco mia nipote di 6 anni”.
    La differenza sta tutta lì. Portare avanti una carriera grazie ad una comicità di questo tipo, la comicità alla Vanzina che vede come punto più alto la scorreggia, ti mette necessariamente in una condizione in cui non ti puoi permettere di insultare altre etnie o orientamenti sessuali nascondendoti dietro una “satira” che non esiste, e lo sai perché? Perché molto probabilmente il tuo pubblico, che di conseguenza dovrà avere il senso dell’umorismo di un bambino di 6 anni, quasi certamente vedrà in quelle parole uno scherzo divertente, da riproporre al bar agli amici con l’umorismo di 6 anni, i quali, presumibilmente, faranno la stessa cosa con altri amici dello stesso tipo, ed ecco che voilà, qualcuno finirà ad urlare alla prima ragazza per strada: “Uè bella ti dò il dolcetto, ti dò il babà” e altre minchiate del genere, perché lo fanno Pio e Amedeo e si fa tanto per ridere.
    Sarebbe bello vivere in un mondo dove tutti sono educati e provvisti di buon senso, ma purtroppo viviamo in un mondo completamente diverso, e non tenerne conto quando si fa “satira” in questo modo, significa non aver capito il tipo di responsabilità che deriva dalla condizione di personaggio pubblico.

    GIULIA: Sì, un filo c’è. E si chiama saper fare il proprio lavoro. Credo si possa scherzare e ridere su tutto ma bisogna saperlo fare. Quella è la discriminante. E la storia della comicità è piena di esempi a riguardo che, proprio in questo periodo, vengono spesso richiamati (il classico esempio è il pezzo di Ricky Gervais su nazismo e ebrei). La libertà artistica è intoccabile ma, come dice la parola stessa, presuppone che ci sia dell’arte da liberare. Se quella c’è si può e si deve dire tutto.

    MARCO: Il discorso è molto delicato. Fermo restando che ci sono indubbiamente modi di pensare e comportamenti che non sono più accettabili nel XXI secolo, e che andrebbero estirpati, ci sono anche argomenti molto critici e spinosi, sui quali è facile dar vita a opere e battute divisive: la religione, la sessualità, l’etnia. Io posso trovare divertenti gli sketch che esasperano aspetti dell’italianità o che vertono su luoghi comuni che altre nazioni ci associano, un’altra persona potrebbe indignarsi. Io posso farmi grasse risate per una satira della Chiesa, un credente potrebbe trovarla di pessimo gusto. Io posso guardare il bacio del principe a Biancaneve addormentata senza provare nessuna particolare reazione, un’altra persona potrebbe, dal suo punto di vista, leggervi l’ennesima prevaricazione del patriarcato sulla donna. Io potrei trovare accettabile una rappresentazione di una determinata etnia, mentre un appartenente alla stessa potrebbe ritenerla approssimativa e stereotipata.
    Di sicuro non si possono mettere dei paletti, perché altrimenti cadremmo di nuovo nella censura, nell’inquisizione e nell’oscurantismo; ma non si può neanche far finta che le parole non abbiano un peso e che chi si indigna è semplicemente un brontolone paranoico che esagera. E’ impossibile, o comunque molto difficile, creare qualcosa che non offenda anche solo una persona del pubblico, e nel contempo questa consapevolezza non deve frenare la libertà artistica.
    Fermo restando che l’offesa fine a sé stessa, quella che non fa riflettere, che non dà nulla di costruttivo, che non ha senso di esistere se non fare male agli altri e far ridere pochi, è sempre da evitare, forse l’unica ricetta possibile, quando si crea qualcosa, è chiedersi: “sto facendo qualcosa che vale la pena di fare anche se una parte del mio pubblico lo riterrà offensivo o criticabile?”.

Grazie e buona notte a tutti.

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