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The Late Night With Recenserie 2×04 – Quando La Denuncia Arriva Dai DocumentariTEMPO DI LETTURA 8 min

The Late Night With Recenserie 2

Buona notte a tutti.
Ritorna per la seconda stagione il Late Night Show, l’appuntamento bimensile più atteso dagli appassionati delle serie tv e dagli stessi recensori di Recenserie, finalmente chiamati a dire la loro con opinioni non richieste al di fuori delle “restrizioni” delle recensioni. Così come i famosi Late Night Show americani da cui traiamo apertamente ispirazione, anche questo appuntamento, previsto ogni due giovedì notte, è necessariamente costituito da alcuni “ospiti” che in quest’occasione portano il nome di Fabiana, Dr. Jekill e Martin.
Il tema di questo quarto appuntamento riguarderà il nuovo volto del genere Documentario. Ormai sempre più strumento di denuncia, si sono moltiplicati i documentari ad impatto ambientale: serviranno questi a smuovere qualche coscienza? La parola ai nostri esperti.

 

  • L’intero movimento riguardante il tema della “sustainability” sta smuovendo un po’ di coscienze. Che idea trasmette la visione del problema così com’è spiegata dai vari documentari tipo Seaspiracy / Cowspiracy? Esagerata o reale?

    FABIANA: Diciamo “realistica e verosimile”. Ovviamente non conosco a fondo il problema e poche decine di minuti in cui vengono affastellati molti problemi macroscopici non riescono a chiarire tutto. La parte forse meno “realistica” è dovuta alle conclusioni a cui questi documentari giungono: smettere di mangiare pesce (o carne), almeno finché non si sarà raggiunta una chiara definizione del termine “sostenibilità” e una precisa regolamentazione internazionale in materia.
    Ho sentito spesso, in passato, dire: “Ah, cosa non succederebbe se una mattina tutti restassero a dormire e non andassero a scuola, al lavoro, a fare quello che devono fare…”. Con la quarantena totale causa pandemia siamo giunti molto vicini ad un simile scenario ma non è stato particolarmente positivo, almeno per gli esseri umani (bisognerebbe chiedere ai delfini tornati nei canali di Venezia, o ai caprioli che guardavano le vetrine lungo la via principale di Casale Monferrato, quanto abbiano gradito l’esperienza).

    DR. JEKILL: Non credo che ci siano esagerazioni in quello che raccontano i documentari come Seaspiracy e Cowspiracy. Ritengo però che, in entrambi, ci sia una certa approssimazione per quanto riguarda i temi trattati, nonché una certa ambiguità. Per esempio, Seaspiracy parte dal tema della plastica in mare (che sembrava essere il tema principale dalla locandina e dal trailer) per poi passare a parlare della pesca intensiva da parte dell’industria del pesce, che sono già due argomenti diversi. Il tutto in un clima di cospirazione globale (ben sapendo che tale genere è molto in voga oggi) e di catastrofismo in cui vengono evidenziati molti problemi ma ben poche soluzioni pratiche.
    Può essere sicuramente un buon modo per spingere lo spettatore a porsi delle domande e ad informarsi ulteriormente sui vari temi mostrati. Per il resto, il contenuto in sé dei due documentari va preso molto con le pinze.

    MARTIN: Sicuramente la sensazione e anche l’intenzione dei registi è quello di creare allarmismo e di smuovere un po’ di coscienze. Tralasciando il fatto che mi piace molto l’approccio che entrambi i documentari hanno avuto, credo fermamente che ci sia una chiara idea di “convertire” alcuni pensieri e sicuramente non tutte le persone che vedranno Seaspiracy o Cowspiracy smetteranno di mangiare carne e pesce ma magari un 1% compirà un piccolo o grosso cambio nella propria dieta. Questo credo sia già una piccola vittoria per cambiare delle abitudini che ovviamente non possono continuare all’infinito. Riassumendo: visione reale ma un po’ gonfiata.

 

  • Si parla tanto dell’exploit delle docuserie, ma nel corso degli anni anche i documentari sono mutati in modo significativo. Se prima con documentario si pensava subito al racconto della giornata tipo dei leoni, oggi si moltiplicano quelli che cercano di lasciare un impatto attraverso una critica ambientale. Come valuti questa evoluzione?

    FABIANA: La valuto positivamente quando ci sono alla base una seria documentazione e una chiara spiegazione dell’argomento, servita in modo ponderato, senza toni sensazionalistici. Negativamente quando percepisco la fretta di arrivare a convincere il pubblico per accumulare, uno ad uno, soldi o voti politici. La valuto addirittura trash quando ho l’impressione che chi parla voglia affrontare problemi complicatissimi armato solo di quattro proverbi e del buon senso della nonna.

    DR. JEKILL: Bisognerebbe sempre ricordare che la non-fiction (categoria nella quale rientrano tutti i prodotti non “di finzione” tra cui appunto documentari e docuserie) è pur sempre una forma narrativa, e quindi si basa anch’essa sullo storytelling e sui linguaggi della narrazione. Scrivere e dirigere un documentario non vuol dire semplicemente posizionare la telecamera accesa in un punto e vedere quello che succede, c’è comunque una scrittura dietro (che in questo caso segue le regole della grammatica cinematografica) che mostra un preciso punto di vista che è sempre quello degli autori o di chi lo produce.
    In questo senso, i documentari che vogliono essere “impattanti” sulla società devono per forza fare leva sul lato emotivo per catturare l’attenzione del pubblico. Non devono soltanto “mostrare” qualcosa ma “raccontarlo”. Ma questo vale ormai per qualsiasi medium, si tratta di una normale evoluzione in un contesto mediale in cui la nostra attenzione è subissata di informazioni provenienti da tutte le parti.

    MARTIN: Se non ci fosse un’evoluzione sarebbe preoccupante perché il pubblico ama ed esige cose sempre diverse. Modificare il modo di fare documentari e docuserie, vuoi per minutaggio, fruizione e tecniche visive è una necessità, ma ovviamente i temi proposti devono essere interessanti perché l’obiettivo è istruire su fatti o eventi e denunciare il tutto ad un pubblico ignaro. Quindi ben venga il cambiamento, specie in un’epoca in cui si è letteralmente bombardati da offerte audiovisive.

 

  • Documentari come Seaspiracy (2021) e Cowspiracy (2014) mostrano l’impatto ambientale derivato dal consumo di pesce e carne, altri come The True Cost (2015) segnalano i danni causati dalla Fast Fashion. Nonostante tutti i disastri ambientali scaturiti, il problema ecologico rimane prettamente e primariamente umano. Pensi dunque che a smuovere le coscienze sia la reale volontà di salvare l’ambiente o l’unico fattore che può spingere ad un cambiamento risulterà il puro e semplice egoismo dell’uomo?

    FABIANA: Ogni cambiamento richiede tempo e la capacità di affrontare il disagio. Qui il disagio, secondo me, sta nel cambiare quella visione che l’uomo ha di sé stesso come vertice dell’ecosistema a cui è concesso sfruttare e depredare tutte le altre forme di vita. Una visione ben incentivata e consolidata da millenni di teorie religiose e non solo. Una volta che l’essere umano riuscirà a percepire sé stesso come una parte non preponderante del più ampio ecosistema, non progettato per girare intorno a lui, il dubbio se salvare l’ambiente per l’ambiente o per “egoismo” cadrà da solo.

    DR. JEKILL: Indubbiamente il mondo in cui viviamo oggi (soprattutto nel lato Occidentale) è il frutto di un tipo di progresso che è stato guidato negli ultimi anni da una mentalità di tipo capitalista-liberista. E questo si basa principalmente sulla crescita continua e sul consumo che ha molto a che fare con la natura “egoistica” dell’essere umano.
    A questo punto, per provare a ribaltare questo sistema bisognerebbe far capire all’essere vivente, che si auto-definisce “sapiens”, che il gesto più egoista che possa fare oggi è smettere di essere egoista e pensare che continuando così rischia la sua stessa sopravvivenza su questo pianeta.

    MARTIN: L’egoismo dell’uomo molto probabilmente sarà il vero motivo che porterà alla distruzione della Terra e non credo che riusciremo a salvare l’ambiente perché il fattore denaro vincerà sempre. Nonostante tutto sono un ottimista e spero e credo che piccoli cambiamenti e documentari come quelli elencati sopra siano una delle tante e facili misure che si possono prendere per far cambiare le menti delle persone. Non sarà la nostra generazione a salvare l’ambiente ma se non si cambia mentalità ora difficilmente lo farà la prossima. Estendendo il tutto ad un altro argomento molto rilevante, se l’impatto del movimento Black Lives Matter non sarà coltivato nel tempo, tutto rimarrà ancora fermo agli anni ’50, ad un razzismo dilagante e a tanti eventi irrazionali e stupidi. Un po’ come gettare un mozzicone di sigaretta in spiaggia o mangiare carne 7 giorni a settimana.

 

  • Dopo un intero anno passato a fare i conti con il Covid e tutte le sue conseguenze, AppleTv+ ha voluto mostrare l’altra faccia della pandemia. The Year Earth Changed ha raccontato uno dei rari effetti positivi scaturiti dal 2020. Che impressione ha lasciato questo documentario sia da un punto di vista emotivo, data la situazione attuale, che ambientale?

    FABIANA: Tutto sommato piacevole. Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi, gli animali sono intelligenti, in certi campi molto più dell’Homo sapiens. Se in un solo anno l’ecosistema ha saputo reagire così, si spera sia segno che i danni provocati dall’uomo sono meno estesi del previsto e non irreversibili. Certo, c’è un retrogusto amarognolo pensando che aveva ragione il Leopardi nelle sue Operette Morali scritte un paio di secoli fa: il “mondo senza gente” funziona benissimo…

    DR. JEKILL: Purtroppo non ho ancora avuto occasione di vedere il documentario in questione. Mi viene da dire (dai vari commenti in giro sui social, vedendo il trailer e leggendo la nostra stessa recensione) che lo scopo fosse proprio quello di offrire una speranza e una possibile visione di futuro sostenibile allo spettatore. E infatti molti l’hanno inteso in questo modo. Il che sarebbe molto positivo e importante in questo momento storico in cui il pessimismo verso il futuro la fa da padrone.

    MARTIN: Avendo recensito il documentario posso dire di aver terminato la visione ed essermi sentito speranzoso. Magari sarà stata la voce sempre molto calorosa e protettiva di Attenborough, magari è la speranza di diminuire l’impatto umano o renderlo più coscienzioso, fatto sta che al termine della visione mi sono sentito positivo. Ovviamente anche in questo caso, come in Seaspiracy, si sono scelti accuratamente gli esempi da portare allo spettatore però sono esempi che nel loro piccolo hanno più di un significato. Quindi ben venga se serve a prendere coscienza delle nostre azioni ed essere almeno un po’ più rispettosi verso il pianeta che stiamo velocemente consumando.

Grazie e buona notte a tutti.

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