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Utopia 1×04 – Not Slow Not BadTEMPO DI LETTURA 4 min

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Jessica: “Look at me Grant. You’re gonna end up just like me. You’re not gonna like it.

Uno degli elementi che sicuramente differenzia Utopia US dalla sua opera madre, conferendole in un certo qual modo un’identità differente rispetto al prodotto originale, è l’approccio autoriale attuato nei confronti della violenza, aspetto fortemente criticato ai tempi dell’uscita della serie britannica, in quanto considerata in più di un caso gratuita. Fin da subito, infatti, è facile rendersi conto come, nonostante si continui a scucchiaiare bulbi oculari nei seminterrati, questa peculiarità sia stata relativamente mitigata (sotto stessa ammissione di Gillian Flynn) in favore invece di un’atmosfera più simile a quella del thriller cospirazionistico classico anni Settanta. Il primo effetto indiretto di questa “normalizzazione della violenza” sta nel tentativo di umanizzare personaggi che nella versione UK invece apparivano maggiormente come personaggi da fumetto, molto più freddi e distaccati ma soprattutto molto meno “verosimili” in un’ottica di realismo televisivo e successiva immedesimazione da parte dello spettatore.
Sembra infatti che tutte le variazioni di trama e i continui colpi di scena all’interno dell’episodio, possano tutti essere ricollegati ad un solo elemento: lo sviluppo – ma in questo caso dovremmo dire la soppressione – delle emozioni. In più di un’occasione, a partire dalla zuffa/vis a vis tra Jessica e Grant, appare chiaro come il personaggio di Jessica voglia essere dipinta come una bambina sperduta, un prodotto di un’infanzia caratterizzata dalla mancanza di affetto e dalla suddetta soppressione delle emozioni. Così come Grant, di cui non conosciamo la storia ma che istintivamente – e grazie alle parole della stessa Jessica – possiamo ricondurre a dinamiche simili o comunque ugualmente dolorose; o come Arby, un semplice figlio alla continua ricerca di approvazione dall’uomo che più si avvicina ad una figura paterna.
In questo episodio assistiamo anche ad una lezione, o per meglio dire ad una seduta di indottrinamento, all’interno dell’Home, fondamentale per capire i principi – se vogliamo il credo – secondo cui questo gruppo agisce, e anche le ragioni alla base del crollo psicologico di Arby nel finale, fino a quel momento considerato dallo spettatore incapace di provare reali emozioni e tanto meno di esternarle in maniera così plateale. Non è un caso dunque che al termine della sequenza precedente, alla domanda di Becky Where’s Home?”, l’agente Milner risponda “Where the heart is“, agevolando poi la transizione successiva sulla piccola casetta dove l’indottrinamento sta avendo luogo.

Teacher: “At this point, there are less than 4.000 tigers left on the planet, and most will soon be in captivity.”
Girl: “We can make more, though. Breeding.”
Boy: “Why make more anyway? They just sit in cages.”
Teacher:I think that’s an important point. We are wiping them out. Do we have the right to create more just because we can? When there is literally no place for them on Earth anymore?

La porzione di lezione a cui assistiamo, oltre ad esporre una triste verità, ci dà altri indizi sul perché venga deciso per l’esecuzione di Cara, oramai considerata pericolosa perché vittima delle sue emozioni e quindi non più in grado di guardare al bene superiore e al proprio scopo nella vita. Una svolta narrativa che pone sotto una luce del tutto nuova, per ragioni diametralmente opposte, due personaggi in particolare: da una parte il Dr. Kevin Christie, che qui mostra tutta la sua determinazione e mancanza di empatia nei confronti di altri esseri umani, a maggior ragione se questi rischiano di ostacolare i suoi piani, con l’ordine per l’esecuzione di Cara e famiglia; dall’altra Arby, il quale invece mostri i primi segni di umanità – inteso qui non come compassione ma letteralmente come dimostrazione di possedere emozioni umane – subito dopo la strage nell’abitazione di Cara. Due momenti che sicuramente rappresentano una svolta nella definizione dei due character e che produrranno degli effetti, verosimilmente devastanti, nell’immediato futuro.
Ancora una volta Utopia riesce nell’intento di portare lo spettatore a chiedersi sempre e costantemente quali siano le ragioni che portano i nostri protagonisti a compiere le proprie scelte, senza mai risultare banale e facendo un uso della violenza meno estremo rispetto all’originale, ma intenso quanto basta per lasciare chi guarda scosso emotivamente e imprigionato in una costante sensazione di claustrofobia data dall’assenza di certezze, dal pericolo sempre imminente e dalla totale mancanza di libero arbitrio, che in ultima analisi ci ricorda di quanto illusoria sia tutt’oggi la nostra libertà di compiere scelte senza che esse siano state in qualche modo condizionate silenziosamente dalla società in cui viviamo.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Finalmente il gruppo legge Utopia
  • Il destino di Cara e la vera natura del Dr. Christie
  • L’indottrinamento dei bambini
  • Il Dr. Stearns guadagna l’accesso alla Red Zone
  • Il massacro finale e l’urlo di Arby
  • Le sequenze che vedono il gruppo separato da Jessica perdono un po’ di intensità

 

Utopia continua a giocare con le emozioni dello spettatore, disorientandolo per poi colpirlo lì dove fa male. Il desiderio compulsivo di proseguire con la visione si fa sempre più incontrollabile, peculiarità che la serie sembra non aver perso in fase di adattamento, e nonostante l’approccio utilizzato sia molto diverso da quello visto nella versione inglese, i risultati finora sono più che soddisfacenti.

 

 

Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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