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Dispatches From Elsewhere 1×01 – 1×02 – Peter – SimoneTEMPO DI LETTURA 9 min

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“As you know, this entertainment is called “Dispatches from Elsewhere” a title that I assure you will have more relevance as the story progresses. Unless this is your first experience with a limited-run episodic, which our records indicate it is not, then you’re aware of the storytelling convention which dictates that the filmmakers spend an unnecessary amount of time to introduce you to our protagonist, his occupation, the particularities of his life, and, most importantly, the obstacles which stand in the way of his happiness. As the first of my many gifts to you, my friends, I propose we skip this convention and get on with what you came here for the story. I propose I return to you 20 minutes of your life by reducing the standard introduction to a mere two minutes.”
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Basta questa presentazione iniziale, ad opera di un enigmatico e sibillino Richard E. Grant seduto davanti a uno sfondo arancione, per capire di essere di fronte a un prodotto molto particolare, potenzialmente in grado di ritagliarsi un proprio spazio personale nel panorama seriale contemporaneo, sempre più saturo e spesso omologato ai modelli di maggior successo. Risulta interessante anche la natura della fonte: Dispatched From Elsewhere non adatta nessun romanzo o fumetto, ma non è nemmeno un soggetto interamente originale, bensì si rifà al documentario The Institute del 2013, a sua volta dedicato al Jejune Institute, un gigantesco alternative reality game che dal 2008 al 2011 ha coinvolto diecimila giocatori a San Francisco.
Nel contempo, basta arrivare poco oltre la metà del primo episodio per capire che il nuovo show di AMC non nasce dal nulla, ma si colloca nel solco di una solida tradizione televisiva: c’è il senso di una surrealtà soggiacente la realtà quotidiana e di cui siamo totalmente ignari, percepibile a sprazzi ma ampiamente insondabile, come in Twin Peaks e nella storica The Twilight Zone (e nei suoi vari remakes, compreso il più recente del 2019); ci sono uomini e donne che non si conoscono assolutamente e che tuttavia si ritrovano improvvisamente connessi da qualcosa più grande di loro, come in Sense 8; ci sono le sequenze oniriche, come in Maniac; c’è l’apparente follia di un disegno grottesco e tuttavia paradossalmente coerente, anche se quella coerenza di fondo è più percepita che realmente avvistata, come in Dirk Gently’s Holistic Detective Agency.
Insomma, siamo di fronte alla classica storia in cui eventi inaspettati e grotteschi squarciano il velo della normalità e rivelano una realtà più profonda, ascrivibile a quel filone che al piccolo schermo ha dato capolavori, ma anche opere mediocri. Se c’è una cosa che Jason Segel (il Marshall Eriksen in How I Met Your Mother, qui autore, produttore esecutivo, regista e sceneggiatore delle prime due puntate e interprete del protagonista Peter) è riuscito a fare, e per di più bene, è di catapultare lo spettatore in una narrazione in cui è difficile orientarsi: si prova quasi un senso di confusione nella visione, e non è necessariamente un male, perché rafforza la tanto ricercata immedesimazione con i protagonisti, anche loro scagliati improvvisamente in un mondo fatto di cacce agli indizi, di cospirazioni e di misteri.
Persino le consuetudini del racconto televisivo vengono scardinate brutalmente fin da subito, come già accennato all’inizio della recensione: il personaggio di Peter non ci viene presentato attraverso lunghe sequenze che mettono a fuoco chi sia, che lavoro faccia, quali relazioni abbia (o meglio non abbia), quali aspettative abbia (o meglio non abbia) nella vita, ma tutto è riassunto in una breve spiegazione verbale che bypassa la regola aurea dello show, don’t tell; e non è svogliatezza o fretta di Segel di passare subito all’azione, bensì uno dei tanti procedimenti di straniamento che rendono Dispatches from Elsewhere un’esperienza diversa dalle solite serie a cui siamo abituati.
Del resto, non è necessario abbandonarsi a inutili lungaggini per mettere a fuoco il dramma di Peter: “a live without risk, without real pain, without real joys”. Un’apatia esistenziale che si consuma giorno dopo giorno tra un lavoro per nulla stimolante, spersonalizzante, privo di contatto umano diretto, meccanico nella sua ripetitività, e una vita privata ancora più desolante, fatta di pasti solitari e serate passate sul divano a divorare serie televisive. Peter si è arreso alla falsa evidenza che vivere si limiti a questo, che non ci sia niente oltre, che non si possa aspirare a qualcosa di migliore, e tuttavia non ha smesso di sentirsi fuori posto, di coltivare segretamente la speranza che qualcuno gli tenda una mano e gli dica le fatidiche parole: “You don’t belong here. You belong with the special ones”.
L’occasione per uscire da questa prigione chiamata “vita”, ma che vita vera non è, si presenta a Peter quando gli capita tra le mani un volantino riguardante un certo Jejune Institute, che lo trascinerà contro ogni previsione in una lotta tra l’istituto stesso e l’altrettanto misteriosa Elsewhere Society, e che gli farà fare squadra con la transessuale Simone, la cordiale signora Janice e il sapientone complottista Fredwynn. Non è chiaro cosa siano nel dettaglio queste istituzioni, quali reali obiettivi inseguano, per quale motivo entrambe siano così interessati alla figura della (tanto per cambiare) misteriosa Clara, inventrice secondo l’una dell’I.D.E.A. e custode secondo l’altra della Divina Noncuranza, e non si capisce bene nemmeno cosa sia quest’ultimo concetto, che sembra centrale nella filosofia dell’Elsewhere Society: per farla breve, già il primo episodio costruisce una mitologia fittissima e strabordante di informazioni ma criptica come poche altre. Ciò si rivela un’arma a doppio taglio, perché può solleticare facilmente la curiosità di quegli spettatori che amano le storie piene di misteri da dipanare poco per volta, ma può altrettanto facilmente spingere all’abbandono chi non ha la giusta dose di pazienza e cerca (giustamente) qualcosa da guardare solo per staccare la spina dopo una giornata di lavoro.
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“This is Simone. Think of Simone as you. Simone is you if you woke up every morning believing today would be the day you could finally be happy, not realizing that you were the only obstacle standing in your way. Simone is you if you never truly felt a part of anything. Simone is you if, your whole life, you felt like you’d been invited by mistake. Simone is you if you finally worked up the courage to do the one thing you knew was going to make everything different, the thing that would at last fill the hole that had been silently growing within, only to find something terrifying waiting on the other side. You still felt exactly the same. Simone is you if you were beginning to wonder if maybe, just maybe, you’re always going to feel alone.”
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Non va meglio col secondo episodio, nel senso che la trama avanza lungo i binari dell’investigazione e della ricerca di indizi, ma senza chiarire i tanti misteri sollevati finora, anzi, senza nemmeno far capire in maniera netta se stiamo assistendo a un gigantesco gioco, elaborato ma pur sempre fittizio, o se le due fazioni in campo esistono davvero e se la loro lotta è reale. Ogni sforzo è proteso a mantenere questo clima di ambiguità: il ricorso a sequenze animate, la presenza di figure bislacche come il Bigfoot/Chewbacca che consegna gli indizi, i marchingegni dall’estetica retrò e steampunk della Elsewhere Society, questo e molto altro potrebbero essere soltanto elementi di un raffinato e grottesco esperimento sociale, ma nello stesso tempo potrebbero far parte di una realtà altra, finora nascosta, che solo adesso pochi individui prescelti, come Peter e Simon, stanno iniziando a scoprire. Allo spettatore non resta altro da fare, per il momento, che lasciarsi trascinare da questa caccia al tesoro e godersi i momenti comici disseminati qua e là, affidati a un cast che in questo bizzarro universo narrativo funziona a meraviglia.
Sorrisi, sì, ma anche riflessioni più serie. La storia di Simone si delinea già sul finire del primo episodio, e ancor di più nel corso del secondo, come la difficile parabola del cambio di sesso e della sua accettazione. Spesso la trattazione televisiva della sessualità non etero si fossilizza sui rapporti familiari, sul percorso per fare coming out, sui contrasti coi genitori retrogradi o incapaci di metabolizzare la svolta; qui, invece, il focus si sposta sul mondo esterno, sulla stigma sociale che brucia, sui pregiudizi e sulle discriminazioni di una società che nel XXI secolo ancora non si è liberata del vecchio pensiero binario, sulle offese e sui soprusi che quotidianamente, giorno e notte, andando a lavoro o tornando a casa, un transessuale deve affrontare. E allora non sorprende scoprire in Simone il classico animo ferito che pur di non soffrire si nega la felicità, l’amicizia e l’amore: se non si hanno affetti e persone care, non si può sperimentare il dolore della loro perdita.
In questo modo, Simone e Peter si rivelano due figure intimamente simili, perché entrambi si sono rassegnati alla loro condizione esistenziale coltivando solo una flebile speranza che possa esserci un’esistenza migliore. Proprio per questo funzionano benissimo in coppia: Peter si lascia trascinare fuori dalla propria safe zone soprattutto dall’energia e dalla curiosità di Simone, e Simone si apre maggiormente agli altri proprio grazie al nascente rapporto con Peter. C’è la possibilità che questo rapporto si evolva in qualcosa di più, e sarebbe una scelta interessante; ma anche se rimanesse confinata nei sentieri del platonico, la relazione tra i due protagonisti potrebbe dar vita a uno splendido percorso di crescita reciproca. E forse il fulcro di Dispatches From Elsewhere sta in questo, più che nella risoluzione di misteri: portarci a immedesimarci nei personaggi (come ci invita a fare all’inizio di ogni episodio il narratore interpretato da Richard E. Grant) e scoprire come si può essere persone migliori, non crescendo moralmente o scoprendo chissà quale verità spirituale, bensì semplicemente stando in pace con se stessi e col prossimo. Ma solo il tempo e le prossime puntate sapranno dirci la direzione precisa che la nuova creatura di Jason Segel intende prendere.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Un mix di grottesco, follia e misteri intricati che attendono risposta
  • C’è la voglia di sperimentare e di giocare con le convenzioni narrative
  • Un cast che funziona a meraviglia
  • Simone e la difficile parabola del cambio di sesso
  • Non è una serie per tutti: bisogna guardarla sapendo che è un prodotto molto particolare

 

Nel miasma di prodotti televisivi spesso uguali fra loro, creati con lo stampo per riproporre la formula vincente del momento, Dispatches from Elsewhere rappresenta un’interessante e a suo modo originale alternativa. Se amate le storie che non vi prendono per mano e siete disposti a lasciarvi trasportare da una narrazione grottesca e sibillina, accettando di non poter avere per il momento alcuna risposta ai tanti quesiti che si affacciano sulla scena, allora fa per voi.

 

Peter 1×01 0.94 milioni – 0.2 rating
Simon 1×02 0.35 milioni – 0.1 rating

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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