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Andor 1×11 – Daughter Of FerrixTEMPO DI LETTURA 6 min

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Andor 1x11: recensioneTra la scena iniziale, in cui lo spettatore apprende della morte improvvisa di Maarva e la notizia che arriva infine ad un devastato Andor ci passa non solo tutto un episodio ma una galassia intera.
“Daughter of Ferrix”, in tal senso, è allora la rappresentazione massima dell’essenza della serie Andor, la puntata da far vedere a chi chiede “sì, ma di cosa parla?”. Andor parla di Star Wars, del suo mondo e, al tempo stesso, di tutto ciò di cui Star Wars non aveva mai parlato prima, o perlomeno non in questi termini. Parla dei protagonisti “invisibili”, di coloro che non saranno ricordati ma che hanno dedicato tutta la propria vita, tutte le proprie risorse, umane e non solo, ad una causa, che sia quella dell’Imperatore supremo Palpatine o quella dei futuri eroi della ribellione, Leia e Luke Skywalker.
L’importanza di Maarva e della sua intera esistenza le viene riconosciuta solo al momento della morte, e tristemente neanche per motivi diretti alla sua persona, tanto da interessare e risuonare per i meandri dell’universo, fino a giungere a colui a cui davvero importa, che l’ha conosciuta per chi era davvero e a cui deve praticamente tutto. L’espressione regalata poi da Diego Luna è di una potenza incredibile e giustifica perfettamente la sua centralità nell’opera e sulla scena, in barba soprattutto alla sua presunta mono-espressività, quasi fosse costruita solo per questo momento in cui, proprio per effetto contrario, viene fuori tutta la funzionalità della sua prova in sottrazione, in un’esplosione di sofferenza concentrata in un solo sguardo, perso e vuoto.

L’IMPERO E IL SENATO


Come detto, quindi, ciò che accade nella lontana e piccola comunità di Ferrix, con la scomparsa della sua illustre cittadina, accende i riflettori sul resto dei campi protagonisti della serie, anche se per ragioni decisamente meno umane dei suoi abitanti e, appunto, della sua famiglia. Non è un caso se tra i funzionari dell’Impero i primi commenti sulla vicenda sono per le tradizioni inusuali riguardo alla sua sepoltura, incapaci di comprenderne la profondità. L’interesse di Dedra Meero, che intravede l’opportunità di catturare finalmente Andor, e in seguito di Syril, che per lo stesso motivo può adesso concretamente avviare il proprio riscatto, è infatti esclusivamente cinico ed egoistico, naturalmente. Così come, in fondo, accade tra le file della Ribellione, vedasi la fredda battuta di Kleya, per quanto sia di copertura certo, sull’essere a Ferrix da poco e quindi non provare particolare empatia per la defunta. Maarva che, si ricordi, è rimasta a Ferrix proprio per continuare a combattere, per quel flebile contatto con i ribelli poi tagliato, poche puntate prima, da Luthen e socia. È ancora il probabile coinvolgimento di Andor, allora, ad interessare principalmente l’infiltrata Kleya e di riflesso Vel, nella più classica, ma decisamente affascinante e sferzante viste le due fazioni in gioco, rappresentazione delle due facce della stessa medaglia.
Proprio a proposito di Vel, non stupisce quindi che nell’incontro con la cugina Mon Mothma si viri presto sulla sua preoccupazione più imminente, quella finanziaria. Il percorso di colei che diventerà in futuro tra i leader della Ribellione è forse il più sottovalutato in questo senso, così denso di intrighi di palazzo, tecnicismi fiscali e tanta verbosità. Eppure, proprio questo, può rivelarsi tra i più interessanti, proprio per quel discorso sul “mai raccontato” su cui la creatura di Tony Gilroy (sceneggiatore, tra le altre cose, della trilogia di Bourne, ma soprattutto di Armageddon e de L’avvocato Del Diavolo, tanto per sottolinearne l’evidente versatilità) ha scelto di focalizzarsi. Perché una rivoluzione non è solo fatta dell’eroismo e della retorica che viene tramandata ai posteri (e alla saga degli Skywalker), ma va anche finanziata, in quella partecipazione attiva e collaborazionista “dall’alto” che decide le sorti di quella “dal basso”, come accaduto in tanti ricorsi storici, specie nelle rivolte democratiche dell’800 che hanno di fatto cambiato il mondo. E quindi, chissà che anche di questa storyline non si avrà poi una rivalutazione futura, come quella avvenuta in tempi recenti per la discussa dominanza della burocrazia politica nella trilogia prequel.

LA RIBELLIONE DI LUTHEN


In mezzo a questi opposti così diversi eppure così simili, c’è ovviamente tutto ciò che rappresenta Luthen, praticamente un universo intero in una sola persona. Proprio come Maarva, ha sacrificato la propria vita alla causa ribelle, come meravigliosamente espresso nel monologo-capolavoro dello scorso episodio (ed impazzato presto su tutti i social, dove l’attenzione su questa serie si sta finalmente destando, forse). Ma a differenza di Maarva, che nell’invisibilità di Ferrix ha cresciuto una comunità ed una famiglia, Luthen ne è il volto più lontano da qualsivoglia retorica o idealismo imperante, capace di scendere a compromessi, anche terribili se necessario. Prima appunto l'”abbandono” dei contatti con Ferrix, per esempio, adesso quello della nave alleata, con tutto il suo equipaggio, diretta conseguenza proprio del citato monologo.
È tutto qui che si consuma lo scontro etico e ideologico con un altro mostro sacro di Hollywood, quel Saw Gerrera interpretato dal premio Oscar Forest Whitaker, e soprattutto mentore della Jyn Erso protagonista di Rogue One, a cui all’apparenza scarica la responsabilità della drammatica scelta, ma che nella pratica “istruisce” sui costi necessari della rivoluzione, soprattutto umani (e dopotutto, come finirà la missione per i progetti della Morte Nera, capeggiata dalla sua pupilla?). La fuga successiva, spettacolare e decisamente avvincente, dalla nave imperiale, è poi solo l’ennesimo tassello della maestosità di questo personaggio, possessore com’è di infinite risorse e sorprese, laureandosi di gran lunga come il più sfaccettato e per questo più interessante e migliore di tutta la serie.
La chiusura, di conseguenza, non poteva che essere su Andor, proprio colui che Luthen ha salvato e poi “usato” per i propri scopi. Andor che, dal canto suo, aveva partecipato alla ribellione per soldi, per interessi personali e per nient’altro. La cui madre adottiva, però, è votata agli ideali della resistenza da lui mai compresi in precedenza, protetto com’è stato dalle mire dell’Impero per tutta la vita, fino a quando non ha provato sulla sua pelle, nella prigione, la sua malvagità, la sua assoluta noncuranza dei diritti umani. Non è un caso se la notizia della morte di Maarva, che di colpo lo priva dell’ultimo appoggio e riferimento che aveva nella vastità dell’universo, arriva esattamente dopo il commiato con il compagno fuggiasco, con quella promessa di “far sapere al mondo” l’ignobile condotta imperiale. Con quell’unico sguardo, vuoto e perso, capace di riempirsi contemporaneamente di una folgorante presa di coscienza, Diego Luna riesce straordinariamente a comunicare come l’arco narrativo di Andor sia giunto al suo fatidico punto di svolta.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La morte di Maarva che attraversa le galassie
  • Luthen, in ogni cosa che fa e dice
  • Lo scontro “etico e ideologico” con Saw Gerrera
  • I “costi” della rivoluzione: sia effettivi, lato Mon Mothma, sia umani, lato Luthen
  • Lo sguardo di Diego Luna e sì, la sua interpretazione
  • Qualsiasi critica, in questo caso, pur evidente magari, appare abbastanza superflua

 

Puntata particolare, specie per essere la penultima stagionale, e che ai più potrebbe apparire come di mera “transizione”, giusto un ricapitolare le storyline dei diversi protagonisti in vista del gran finale (che, a quanto pare, sarà il più lungo targato Disney+ fino ad oggi). Eppure, ad una più attenta lettura, è capace di nascondere tutta l’essenza, profonda e bellissima, della serie Andor, che a questo punto può già dire di aver abbondantemente vinto e convinto su tutta la linea.

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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