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Guillermo Del Toro’s Cabinet Of Curiosities 1×05 – Pickman’s ModelTEMPO DI LETTURA 5 min

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Guillermo Del Toro's Cabinet Of Curiosities 1x05“The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest kind of fear is fear of the unknown”
(H. P. Lovecraft)

Chi bazzica nel mondo dell’horror conosce sicuramente H. P. Lovecraft. Attivo agli inizi del Novecento, lo scrittore ebbe il grande merito di dar vita ad un universo orrorifico che superava i paradigmi ottocenteschi (quindi basati su figure del folklore come fantasmi, licantropi, vampiri) per approdare ad un riuscitissimo miscuglio di horror, fantasy e fantascienza. Il solitario di Providence è anche fra gli autori preferiti da Guillermo Del Toro, quindi non stupisce che il regista spagnolo abbia dedicato ben due episodi della propria personale antologia ad adattamenti dei suoi racconti. Non i più famosi, ma forse i più facili da rendere sullo schermo senza snaturare troppo l’essenza della poetica lovecraftiana (che è tra le più difficili da trasporre, non a caso quasi nessun adattamento delle sue opere può dirsi riuscito finora).

ARTE E ORRORE


Il primo episodio dedicato a Lovecraft, “Pickman’s Model”, riprende una storia breve pubblicata per la prima volta nel 1927 e già oggetto di un adattamento nel 1972 nella serie antologica Night Gallery, ideata e presentata da Rod Serling (lo stesso di Ai Confini Della Realtà).
Protagonista della storia è Will Thurber, giovane rampante diviso tra l’aspirazione ad una carriera da pittore e l’amore per la bella Rebecca, interpretato da un sempre in forma Ben Barnes. La vita di Thurber subisce una svolta improvvisa quando stringe amicizia con Richard Upton Pickman, artista tanto talentuoso e geniale quanto inquietante per la sua ossessione di voler rappresentare sulla tela soggetti orrendi e spaventosi. Dalla visione dei quadri di Pickman, infatti, Thurber sviluppa fobie e allucinazioni, che lo spingono dapprima ad allontanarsi dall’amico e poi, quando ricompare anni dopo, a tentare in tutti i modi di tagliare i ponti. Invano.
Considerando che l’opera di partenza è un racconto di poche pagine, era inevitabile che l’adattamento avrebbe allungato il brodo e reso la storia più articolata. In particolare, mentre la storia di Lovecraft si focalizzava sulla visita di Thurber allo studio segreto di Pickman e alla scioccante scoperta della natura della sua arte, l’episodio copre molti più anni, amplia e approfondisce il rapporto fra i due pittori, ne mostra la genesi, l’evoluzione e il tragico epilogo (che Lovecraft non aveva assolutamente scritto), scava a fondo nelle fobie di Will. Persino l’espediente della fotografia del ghoul, che nel racconto era determinante, qui è oggetto di una rapidissima scena e passa in secondo piano perché Will assiste davvero alla comparsa fisica dell’orrore che Pickman ha ritratto.

LA VERA PAURA


Nonostante tutte le differenze sopraindicate, il nucleo tematico della storia resta invariato: la narrazione ruota attorno all’arte e all’orrore che può scaturire da essa, ma che è solo una pallida rappresentazione del vero orrore cosmico.
La paura, che per Lovecraft era il sentimento più forte e antico che l’uomo possa provare, è qui rappresentata nella sua dimensione più psicologica e cerebrale. Le angosce e i terrori di cui Will è preda si muovono in un mondo a metà fra la veglia e il sonno, tema anche questo caro allo scrittore di Providence, e fino alla fine dell’episodio è impossibile capire quanto sia frutto dell’immaginazione disturbata del protagonista e quanto reale.
In questo senso, l’episodio diretto da Keith Thomas riesce egregiamente a cogliere uno degli aspetti più importanti della poetica di Lovecraft. La mente umana non è pronta a contemplare la reale essenza del cosmo, che è fatto di oscurità, orrori ed esseri deformi. Nel momento in cui la mente di Will (o di qualsiasi essere umano) dà uno sguardo nell’abisso, ciò che vede è così terribile da non riuscire a reggere: da qui gli incubi, le visioni spaventose, le paranoie e infine la follia. Follia alla quale Will cerca di opporsi il più possibile, ma che alla fine farà terra bruciata intorno a lui e lo inghiottirà tramite delle persone a lui più care, non altrettanto resistenti.
Il rovescio della medaglia è che la narrazione procede lentamente, prendendosi i propri tempi, proprio come nei racconti di Lovecraft: un modo di raccontare l’orrore che potrebbe piacere a tanti ma disturbare tanti altri, nonostante non manchino le scene truculente e i jumpscares.

UNA MESSA IN SCENA DI GRANDE EFFETTO


Un altro grandissimo pregio di “Pickman’s Model” è riuscire a rendere appieno l’atmosfera gotica, decadente e inquietante dell’universo immaginato da Lovecraft. Non c’è solo la cura nella ricostruzione storica, ma anche nella rappresentazione di Arkham come una sonnecchiosa città di provincia in cui la gente vive ignorando la polveriera di mostri, streghe e presenze occulte su cui siede. É un mondo aristocratico e conservatore (lo stesso Lovecraft guardava con ammirazione al Settecento), ignaro della spada di Damocle che pende su di sé.
Non manca il ricorso ad elementi più tipici dell’horror cinematografico e televisivo, come le sequenze particolarmente sanguinolente e le mutilazioni. Da questo punto di vista l’episodio fa il suo dovere, premendo sul pedale della truculenza ma senza scadere nel gore gratuito. Sequenze come l’incubo in cui Will viene decapitato o la scena finale con la cena a sorpresa sono difficili da dimenticare.
Un plauso va infine ai due interpreti principali. Ben Barnes, che con i dipinti maledetti ha ormai fatto l’abitudine (è stato Dorian Gray al cinema), e che rende perfettamente la graduale discesa di Will negli abissi della follia, passando con disinvoltura dal giovane sinceramente attratto dal talento artistico di Pickman all’uomo inorridito e preoccupato solo di proteggere la propria sanità mentale e la propria famiglia.
D’altro canto, Crispin Glover è perfetto nei panni di Pickman, andando ben oltre la descrizione fatta da Lovecraft nel suo racconto. Il pittore maledetto è qui un uomo dai modi pacati, gentili, melliflui, tanto più inquietante quanto più calma e suadente è la sua voce; ma è anche capace di scatti improvvisi, quando si tratta di arte.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’atmosfera di Arkham
  • Rende perfettamente la poetica lovecraftiana della follia di fronte all’orrore cosmico
  • Non mancano le scene truculente, ma senza scadere nel gore gratuito
  • Barnes e Glover strepitosi
  • Il rapporto fra Thurber e Pickman è più approfondito rispetto al racconto di Lovecraft
  • Il ritmo lento potrebbe non piacere a tutti

 

Per una volta Lovecraft può dormire sonni tranquilli: un suo racconto è stato adattato in maniera a dir poco soddisfacente, rendendo appieno sullo schermo la sua poetica dell’orrore fatta di follia, mostruosità e un insano rapporto fra paura e arte.

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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