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Painkiller 1×02 – Jesus Gave Me WaterTEMPO DI LETTURA 4 min

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Painkiller 1x02 Recensione

“There are two types of human beings who matter, creators and sellers. They’re equally important, sellers possibly more. There’s no greater talent than the talent that stimulates the actual physical movement of a person removing money from their wallet and handing it to you. The closer is king”. 

Le recensioni afferenti alla serie tv, solitamente, sono intitolate in base all’episodio – o agli episodi – in oggetto. Tuttavia, il recensore non può limitarsi a considerare quanto visto nel corso della puntata. Domande di carattere più generale devono essere poste, al fine di ottenere una comprensione ampia e soddisfacente del prodotto televisivo.
Questo compito, nel caso di Painkiller, risulta essere particolarmente arduo. Dopo due episodi, infatti, lo show continua a non rispondere a uno dei quesiti più importanti in assoluto, ossia la sua ragion d’essere. Quando uno show viene concepito e messo in produzione, è necessariamente presente un momento iniziale in cui si esplica il motivo per cui è necessario creare tale prodotto. In questo caso, però, non è ancora chiaro – a meno di 24 mesi dalla messa in onda dell’ottimo Dopesick – quale valore aggiunto sia in grado di fornire questo show.

LA RAGION D’ESSERE


Non tutti gli show devono essere rivoluzionari. Non tutti gli show hanno l’obbligo di fornire allo spettatore nuove chiavi di lettura sul mondo o su particolari eventi verificatisi nel passato e/o ai giorni nostri. Tuttavia, nel caso di uno show come Painkiller, è più che necessario pensare anche al contributo che esso possa garantire.
In altre parole, se nel 2021 è uscita una miniserie di successo che ha trattato le stesse tematiche, che cosa può offrire in più Painkiller? Al momento, non molto. Come nel caso del prodotto di Hulu, in Painkiller sono presenti vari livelli narrativi, i salti temporali, una famiglia distrutta dalla dipendenza all’Oxy di un suo componente che aveva avuto problemi fisici, e una donna coraggiosa che capisce la gravità della situazione e cerca di svelarla al mondo.
In linea di principio, è possibile accettare che Painkiller sia simile a un prodotto del passato, seppur molto recente. A questo punto, però, la situazione è aggravata da un ulteriore elemento. La sceneggiatura e la narrazione, infatti, non sono convincenti e diminuiscono ulteriormente il giudizio nei confronti dello show.

L’ARTE DELLA VENDITA


La sensazione è che i due creatori – Micah Fitzerman-Blue e Noah Harpster – abbiano pensato alla necessità di conferire un’identità precisa e unica allo show, per evitare di realizzare una copia mal riuscita di Dopesick. Dato che – a livello di contenuto – le tematiche raccontate sono molto simili, la differenza è riscontrabile nello stile della narrazione.
A differenza del prodotto di Hulu, infatti, Painkiller prova a raccontare la diffusione dell’OxyContin con toni volutamente esagerati, che ricordano quasi The Wolf Of Wall Street. Emblematico, in tal senso, è l’esempio delle due neolaureate che devono convincere i medici di famiglia a prescrivere il medicinale. Tra Porsche ultimo modello e feste a base di champagne, è difficile credere che si stia parlando di rappresentanti di una società farmaceutica.
Allo stesso modo, anche il personaggio di Richard Sackler è costruito per essere un villain ai limiti del fumettistico e del caricaturale. Viene mostrato, infatti, un uomo con un piano malvagio che passeggia nervosamente per la sua enorme villa e parla con il fantasma dell’altrettanto malvagio zio Arthur.

IL VALORE AGGIUNTO


Per molto tempo, il problema della dipendenza da oppiacei è stato pressoché ignorato dall’opinione pubblica e dalle élite politiche. Negli ultimi anni, tuttavia, la situazione è cambiata e un’attenzione sempre crescente è stata dedicata al tema.
In uno scenario di questo tipo, un prodotto come Painkiller non offre alcuna nuova informazione allo spettatore medio che oramai possiede una discreta conoscenza di un fenomeno che ha portato a più di 80.000 morti per overdose nel 2021.
Allo stesso tempo, Painkiller non offre neanche un intrattenimento di alta qualità. L’avanzamento delle storyline è didascalico, alcune vicende sono troppo esagerate e caricaturali, e la voce fuori campo di Edie Flowers viene utilizzata in funzione di raccordo tra le varie componenti dello show, sopperendo così ai limiti della sceneggiatura.
Al di là della naturale empatia provata nei confronti di Glen e della sua famiglia, dunque, Painkiller non riesce a trovare una propria ragion d’essere e finisce per apparire come una pallida copia – seppur più rumorosa e dai toni pop – di un prodotto messo in onda meno di due anni fa.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Uzo Aduba, Matthew Broderick e Taylor Kitsch offrono delle interpretazioni convincenti
  • Il dialogo tra Shannon Schaeffer e il dottor Fitzgibbons
  • Al netto dei molti difetti narrativi, è istintivo provare empatia nei confronti di Glen e della sua famiglia
  • Evoluzione delle storyline eccessivamente didascalica
  • Personaggi e situazioni – vedasi le strategie di vendita ai dottori – ai limiti del caricaturale
  • L’utilizzo estensivo della voce fuori campo per provare a sopperire alle mancanze della sceneggiatura
  • Per quanto si possa provare ad ignorare tale elemento, Painkiller continua ad essere troppo simile – nelle tematiche trattate – alla ben più riuscita Dopesick

 

Giunti ad un terzo del percorso, Painkiller non ha ancora risposto alla domanda fondamentale per ogni show: “Qual è la tua ragion d’essere?”.

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Romano, studente di scienze politiche, appassionato di serie tv crime. Più il mistero è intricato, meglio è. Cerco di dimenticare di essere anche tifoso della Roma.

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