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Star Trek: Discovery 3×12 – 3×13 – There Is A Tide… – That Hope Is You: Part 2TEMPO DI LETTURA 11 min

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star-trek-discovery-3x12-3x13-recensione “In a very real sense, we are all aliens on a strange planet. We spend most of our lives reaching out and trying to communicate. If during our whole lifetime, we could reach out and really communicate with just two people, we are indeed very fortunate.”

[Gene Roddenberry]

Per il terzo anno consecutivo, gli autori di Star Trek: Discovery dimostrano di avere seri problemi a scrivere un finale di stagione decente. Qualcuno malignamente potrebbe dire che non sanno scrivere decentemente nemmeno il resto della stagione. Sta di fatto che per l’ennesima volta la serie promette tanto e partorisce il proverbiale topolino.
Successe con “Will You Take My Hand?”, frettolosa e inverosimile risoluzione del conflitto con i Klingon.
Successe ancora con “Such Sweet Sorrow”, schiacciata sotto una mole di cliché e di rese dei conti deludenti.
Succede ancora con “There Is a Tide…” e “That Hope Is You: Part 2”, che confermano definitivamente non solo la scarsa ispirazione alla base della stagione, ma anche certe derive del franchise di cui si avevano spie nelle stagioni e negli episodi precedenti.
Ma prima una precisazione doverosa. Bocciare la stagione nel complesso non significa ammettere che i tanti “Save” e “Thanks” dati alle recensioni passate siano sbagliati o troppo generosi. Semmai indica che gli episodi presi singolarmente funzionano, anche perché quest’anno si è data maggiore importanza all’autoconclusività delle avventure della Discovery, in ossequio alla struttura narrativa delle vecchie serie. E’ la trama orizzontale, sulla quale si possono tirare le somme solo a fine stagione, ad essere deludente.

 

IL MISTERO DIETRO IL CROLLO, OVVERO: I PIAGNISTEI DI UN BIMBO KELPIANO METTONO IN GINOCCHIO L’INTERA GALASSIA


È stato presentato per dieci puntate come il più grande mistero nella storia di Star Trek. Il Crollo. Il disastro che aveva messo in ginocchio l’intera Federazione. L’esplosione all’unisono di tutto il dilitio nella Flotta Stellare. E giù di teorie del complotto, perché una catastrofe del genere non poteva essere stata scatenata da una causa banale, no, doveva essere qualcosa di grave, qualcosa di grosso. Magari dietro c’era un nemico invisibile della Federazione, magari qualcosa di simile a quanto successo con l’incidente di Utopia Planitia visto in Star Trek: Picard. Una simile soluzione narrativa avrebbe avuto il sapore del già visto, ma almeno sarebbe sembrata congrua alle aspettative che la stagione aveva costruito episodio dopo episodio.
E invece dietro tutto questo c’era solo il pianto di un piccolo kelpiano con qualche mutazione genetica che gli ha permesso di far vibrare le componenti subspaziali del dilitio (che sembra una supercazzola pseudoscientifica, ed effettivamente lo è).
La storia di Su’kal, che tocca tematiche di tutto rispetto come la comunicazione col prossimo, la necessità di affrontare le proprie paure, le difficoltà della vita che però non devono mai scoraggiare, poteva essere molto interessante se sviluppata in un piccolo arco narrativo autonomo, slegato dalla trama principale, come si faceva nelle vecchie serie Trek. Usata come motore di tutta la trama, invece, risulta tremendamente ridicola e ha l’unico risultato di facilitare il compito agli sceneggiatori nella ricerca di una soluzione al problema, perché basta portare Su’kal via dal pianeta di dilitio per evitare qualsiasi futuro Crollo. Un po’ come fare un pippone buonista e retorico ad un’ex-imperatrice di un’altra dimensione per convincerla a non compiere un genocidio di Klingon, vero?

 

OSYRAA, OVVERO: COME CREARE UN VILLAIN STEREOTIPATO, DARGLI UN MINIMO DI SPESSORE E FARLO TORNARE STEREOTIPATO


Osyraa era stata presentata come il classico tiranno galattico che schiavizza e sfrutta gli altri pianeti, anche se la sua entrata in scena aveva avuto il pregio di dare un volto alla minaccia di questa stagione. Con “There Is a Tide…” si compie addirittura un tentativo di rendere più complesso e sfaccettato il personaggio, conferendogli motivazioni ben diverse dalla semplice brama del potere.
Un po’ attraverso la testimonianza del dottor Aurellio, un po’ grazie alla trattativa (fallimentare) che l’orioniana porta avanti con l’ammiraglio Vance, si viene a scoprire che Osyraa progetta di ridare ordine e lustro alla galassia e per questo è disposta persino ad accordarsi con la Federazione, a firmare un armistizio che potrebbe essere il preludio per una pace duratura e una rinascita della civiltà. Anzi, la storia del povero Aurellio che da bambino non ha aspettative di vita alte e sotto la protezione di Osyraa riesce addirittura a sopravvivere e a diventare un grande scienziato lasciava intravedere uno spiraglio di bianco, o almeno di grigio, nel nero che finora aveva circondato il personaggio.
E ci sta che reagisca duramente alla proposta dell’ammiraglio Vance di processarla come segno di distensione tra la Federazione e la Catena di Smeraldo. Quello che fa storcere il naso è che un attimo dopo aver lasciato il tavolo delle trattative Osyraa torni a essere il villain spietato e monodimensionale di sempre, che dispensa morte, minacce e facce torve. Quasi quasi erano più profonde le motivazioni dietro le azioni di Lorca e del Controllo.
L’apice dello stereotipo è raggiunto nello scontro tra l’orioniana e Michael. Osyraa potrebbe spezzarle il collo, soffocarla, sbatterle la testa contro il tavolo poco distante fino a farle schizzare fuori le cervella; e invece, essendo una cattiva di serie B, deve dare all’avversaria una morte ancora più dolorosa e da cui si può potenzialmente uscire. Quindi lo spettatore deve assistere alla spietatissima Osyraa che invece di finire Michael la immerge (sic!) in una massa di cubi-ologrammi-che-cazzo-ne-so da cui però la Burnham riesce a contrattaccare e riemergere. E quindi addio Osyraa, insegna agli angeli come buttare all’aria un’occasione d’oro.

 

MICHAEL BURNHAM, OVVERO: CHE MALE HANNO FATTO I TREKKER PER BECCARSI UNA PROTAGONISTA DEL GENERE?


Si arriva quindi al vero problema degli ultimi due episodi e, in generale, di tutto Star Trek: Discovery, ossia la protagonista. Chi legge settimanalmente queste recensioni si sarà pure stancato dei continui sproloqui contro Michael Burnham, ma mai come nella terza stagione questi sono necessari.
In “There Is a Tide…” e “That Hope Is You: Part 2” Michael ascende a livello di marysueismo (esiste come parola?) mai visti prima. Innanzitutto, essendo la protagonista tosta della serie, deve riuscire a mettere nel sacco tutti gli uomini di Osyraa come se fosse una novella Rambo: e questo nonostante sia da sola, si sia beccata una coltellata nella coscia e i suoi avversari siano soldati che, si presume, hanno ricevuto un minimo di addestramento. Anche quando viene fatta prigioniera riesce a sfangarla in qualche modo, non perché lei sia la migliore, ma perché i suoi aguzzini hanno letto la sceneggiatura e sanno che non possono ammazzarla, altrimenti la trama non andrebbe avanti.
Ancor più grave è il comportamento dei personaggi intorno a lei. Sembra che tutti risplendano della luce riflessa proveniente da Michael, che esistano solo in funzione del comportamento di questo personaggio, per spianarle la strada e darle occasione di brillare ancora di più. O in alternativa, servono per elogiare le sue qualità, applaudire, assumere faccine che dovrebbero esprimere ammirazione. In pratica Michael è il Re Sole della Discovery, tutto gravita intorno a lei e senza di lei non si potrebbe risolvere nessun problema.
Persino quando deve compiere qualche carognata per un bene superiore, come sparare Stamets nello spazio per impedire a Osyraa di mettere le mani sul motore a spore, la scena è scritta in modo da sminuire il più possibile l’ambiguità morale del personaggio. Del resto, basta un’inquadratura sul suo volto piangente per convincere lo spettatore che Michael è tanto buona e che le sue maniere rudi vanno non solo comprese, ma anche giustificate.
Tilly è di fatto il primo ufficiale, ha guidato con un certo successo i suoi uomini alla riscossa, dovrebbe essere lei a comandare la Discovery nel recupero dei membri della ciurma lasciati nella nebulosa, eppure si fa da parte in favore di Michael, perché lei e solo lei deve avere l’incarico più importante.
Come se non bastasse, gli ultimi minuti di stagione riservano allo spettatore la stilettata peggiore: la nomina di Michael a capitano della Discovery. E’ incredibile come nel XXXI secolo il rispetto della disciplina e della catena di comando contino meno di zero: Michael ha sì salvato la Federazione, ma ha anche preso scelte discutibili scavalcando i suoi superiori. Darle addirittura una promozione, in un ambiente come quello della Flotta Stellare che si basa tutto sul rispetto delle gerarchia, manda il seguente messaggio: “Cari cadetti, care guardiemarine, cari comandanti, fate il cazzo che vi pare, se siete fortunati potreste non solo non essere retrocessi, ma addirittura promossi!”.
Che splendido futuro attende la Federazione rediviva, se questi sono i messaggi che manda ai suoi membri!

 

IL NUOVO VOLTO DEL FRANCHISE, OVVERO: IL GIORNO IN CUI STAR TREK DIVENNE STAR WARS


Gli ultimi due episodi hanno messo in luce anche un altro problema: Discovery non è più Star Trek. O meglio, ha sempre dimostrato di lasciarsi influenzare dalle mode del momento, tirando fuori ora toni più cupi e smaliziati, ora una maggiore attenzione al lato action e alla spettacolarizzazione degli scontri, ora trovate ancora più fantasy delle vecchie serie (che pure non erano sempre hard sci-fi).
Adesso, però, è evidente che il salto da Star Trek a qualcosa che non è Star Trek è stato fatto. I droidi carini e coccolosi che aiutano la ciurma della Discovery nella ribellione contro Osyraa sono degni delle trilogie cinematografiche di Star Wars, e chi scrive non si stupirebbe se nella quarta stagione tirassero fuori anche la versione Trek di Grogu o qualche bestia pelosa simil-Ewok come nuovo membro della Discovery.
Nella scena di combattimento nel pozzo dei turboascensori, se non si sapesse di star guardando la nuova serie di Star Trek sembrerebbe di essere ne La vendetta di Sith o ne L’ascesa di Skywalker, perché c’è la stessa pretesa hollywoodiana di creare una sequenza iper-cinetica, movimentatissima, con un profluvio di effetti speciali e di CGI per lasciare lo spettatore a bocca aperta e fargli slogare la mandibola. Peraltro quel pozzo degli ascensori è troppo grande, dovrebbe essere solo una parte della Discovery ma sembra avere le dimensioni di una città, o poco ci manca. Forse la tecnologia del XXXI secolo permette di rendere gli ambienti chiusi più spaziosi all’interno senza modificarne le dimensioni esterne.
Sia chiaro, qui non si sta dicendo che le serie classiche di Star Trek siano meglio di Star Wars e che inserire in Discovery elementi richiamanti quest’ultima saga sia un delitto punibile con la pena capitale, però è un dato di fatto che sono due tipi di science fiction molto differenti. Sarebbe come inserire in Game of Thrones elementi ripresi dalle Cronache di Narnia di Lewis o dalla Storia infinita di Ende: verrebbe fuori un pastrocchio immondo, vero?
E poi c’è Book che usa il motore a spore. Ebbene sì: i superpoteri di Book gli permettono così, de botto, di usare il motore a spore pur non avendo il DNA del tardigrado, poiché essendo un empatico può entrare in contatto con qualsiasi essere, anche di altre specie. Nuova supercazzola pseudoscientifica e nuova scorciatoia per gli sceneggiatori che hanno la pappa pronta per far andare la Discovery fino alla nebulosa, recuperare Saru, Culbert, Adira e Su’kal, e tornare al quartier generale della Federazione.

 

E ADESSO?


La cosa rassicurante è che la Discovery non ha trovato un modo per tornare nel proprio tempo, quindi per il momento il canone della saga è al sicuro da possibili nuovi stravolgimenti. Anzi, il fatto che resti in un futuro in cui la Federazione si sta ricostruendo, accogliendo al proprio vecchi e nuovi alleati, dai Vulcaniani/Romuliani ai Thrill, apre scenari molto interessanti per il futuro. Star Trek: Discovery potrebbe tornare a essere una storia sull’esplorazione pura e semplice, nel pieno spirito delle prime serie, o al massimo continuare a usare la formula già sperimentata quest’anno di episodi autoconclusivi collegati tra loro da elementi che portano avanti la macrotrama orizzontale.
Inoltre, l’ultimo episodio ha un ulteriore pregio: una bella citazione di Gene Roddenberry che ha sì il sapore della trovata ruffiana, ma che parlando di comunicazione e connessione col prossimo si riallaccia almeno alla sottotrama di Su’kal, e quindi non è buttata così tanto a caso. Peccato che venga posta a suggello di una puntata da dimenticare.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La rinascita della Federazione apre prospettive future interessanti, se saranno sviluppate a dovere
  • La citazione finale di Gene Roddenberry
  • La causa del Crollo
  • La gestione del personaggio di Osyraa
  • I droidi carini e pucciosi
  • I pozzi del turboascensore
  • Book e il motore a spore
  • Michael Burnham: perché? PERCHE’?

 

Quando alla fine di una recensione gli unici due veri pregi individuati sono una citazione prima dei titoli di coda e i possibili scenari futuri per la prossima stagione, vuol dire che più di qualcosa non ha funzionato. La terza stagione di Star Trek: Discovery aveva creato aspettative altissime ma il suo finale le ha disattese platealmente, per cui non merita niente di diverso dal voto più basso possibile.

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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