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The Plot Against America 1×06 – Part 6TEMPO DI LETTURA 6 min

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“Lindbergh is teaching us what it means to be Jews. We only think we’re Americans.”
“No. They think we only think we’re Americans.
[…] Then they call us others. They’re the others. Lindbergh is the other.

La situazione precipita vertiginosamente e quello che sembrava un piano sussurrato e per alcuni irrealizzabile esplode interamente nell’episodio finale.
Fino ad ora, infatti, non abbiamo assistito ad alcun omicidio, alcuna ghettizzazione palese: in cinque episodi il silenzioso veleno che si è insidiato nella storia non ha lasciato indizi troppo evidenti, operando in sordina e preparando il terreno ai fanatici dell’odio razziale. Assistiamo così in un solo episodio alla persecuzione degli ebrei, alla fine di Lindbergh e alla disfatta dell’America.
Le scene più forti dell’episodio si racchiudono nelle interazioni della famiglia Levin con la realtà agghiacciante del nazismo, attraverso la storia del piccolo Seldon.
Nel precedente episodio Philip, in una scena straziante, lascia al suo non-amico il suo libro preferito, consapevole di averlo condannato a morte certa mandandolo nel ghetto allestito dal Governo.
La narrazione della storia e della persecuzione nei confronti degli ebrei letta dagli occhi del piccolo di casa Levin è stata sicuramente la chiave vincente della serie. Peccato aver avuto davvero poche scene e interazioni di questo genere. Il punto di vista dei bambini, pienamente consapevoli di quello che sta accadendo intorno a loro, arricchisce il racconto e lo rende, se possibile, ancora più toccante poiché se le barbarie perpetrate dall’uomo appaiono agli adulti orrende e imperdonabili, è difficile immaginare cosa possa sembrare agli occhi di un bambino che si vede, di colpo e senza nessun motivo, privato della sua infanzia, del suo diritto alla spensieratezza.
Seldon ha perso per sempre la leggerezza di fantasticare sul mondo dei grandi, non ha più voglia di leggere un libro delle favole e a nulla gli servirà più rifugiarsi nell’immaginazione perché qualcuno si è arrogato il diritto di togliergli tutto questo. Gli ha tolto il diritto di addormentasi tra le braccia della madre e di cenare insieme a lei con una tazza di latte e cereali, senza il terrore di non vederla mai più varcare la porta di casa.
Alla luce di tutto ciò il viaggio in macchina di Herman e Sandy per riportare con loro il piccolo Seldon sfiora sensibili momenti di tensione. Il rischio è alto e l’incontro con i fascisti genera un senso di angoscia e di paura in un mix di nausea e di vergogna nel realizzare le atrocità di cui è stata capace la razza umana.
Non passa in secondo piano la visione di una civiltà distrutta: le scritte razziste, le strade sottosopra, le persone spaesate e il lento incedere delle mani che si aiutano l’un l’altra a rialzarsi riescono a fotografare il dolore e l’immensa perdita che tutta l’umanità ha subito, non solo la comunità ebraica.
Le parole della signora Lindbergh accompagnano la fine della nostra passeggiata nell’ucronico mondo di Philip Roth. Ed è proprio in questo momento della narrazione che l’impeccabile attenzione ai dettagli di Simon ci concede il tempo di una piccola riflessione, facendo leva, senza alcun paternalismo, sulla coscienza sociale di ciascuno di noi, quasi a stimolare l’unico sentimento in grado di fondare una certezza storica: la vergogna.

November 3, 1942 Election day

Il giorno delle elezioni presidenziali è arrivato, di nuovo. Gli Stati Uniti d’America sono reduci dalla schiavitù dell’ideologia nazista e oggi la platea del rabbino Bengelsdorf è ben diversa rispetto a quella del primo episodio. Eppure non c’è nessun lieto fine in questa storia: gli americani sono chiamati alle urne ma non tutte le schede elettorali finiranno nei conteggi. Le inquietanti ombre che getta questo finale di stagione ci lasciano ancora una volta con una pulce nell’orecchio.
Se da una parte assistiamo ai sorrisi di Herman Levin, orgoglioso di poter tornare a esercitare i propri diritti da cittadino americano, fiero di poter affermare di aver vinto la lotta per la riconquista della democrazia e della libertà; dall’altro lato assistiamo al divampare delle fiamme intorno alle schede elettorali, per ricordarci che proprio libertà e democrazia sono valori che vanno riconquistati ogni giorno, perché ogni giorno vengono minati.

Cosa manca in questo finale?

L’episodio, cosi come la serie in generale, non è esente da difetti. Il difetto più grande è rappresentato dalla storyline di Alvin, passata troppo in sordina e risultata molto meno incisiva rispetto alle narrazioni principali. La conseguenza è che la scena finale a casa Levin e lo scontro tra Herman e il nipote Alvin non hanno l’effetto ricercato dagli sceneggiatori. La scena è totalmente incapace di mantenere l’attenzione e non è certamente all’altezza del racconto precedente, che invece ha tenuto alta la tensione per l’intero episodio.
Grandi assenti sono poi il rabbino Bengelsdorf e Evelyn. Entrambi hanno rappresentato l’ascesa del potere di Lindbergh e l’avanzare dell’odio antisemita, sarebbe stato altrettanto opportuno analizzarne meglio la disfatta, in quanto personaggi fondamentali nell’economia della serie.
L’ultimo saluto tra due sorelle è stato senza dubbio di forte impatto: finalmente Bess, finora sottomessa ai deliri della sorella, vince sulla stessa, liberandosi per sempre dal demone che aveva minacciato la sua famiglia. Tuttavia un’analisi anche dal punto di vista di Evelyn avrebbe fornito quel senso di completezza alla narrazione, iniziata proprio dal bellissimo personaggio di Winona Ryder.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il personaggio di Bess fuoriesce con prepotenza
  • La platea del rabbino Bengelsdorf è ben diversa da quella del primo episodio
  • La storia attraverso gli occhi del piccolo Philip
  • La cura e l’attenzione ai dettagli nella ricostruzione storica
  • Il finale non è un happy ending e ci invita caldamente a riflettere sui temi della libertà e della democrazia
  • Storyline di Alvin completamente slegata dalla trama principale, la conseguenza è che essa non ha l’effetto ricercato
  • Forse una scena in più dedicata al rabbino Bengelsdorf e a Evelyn sarebbe stata necessaria
  • Avremmo forse voluto più scene lette attraverso gli occhi del piccolo Philip
  • The Plot Against America non è sicuramente una serie da binge watching, se è propriamente un contro decidetelo voi

 

E in conclusione?

Volendo tirare le somme di questa miniserie HBO, due sono le considerazioni più importanti: 

1. La prima è che certamente non siamo di fronte a una serie adatta al binge-watching. David Simon si prende tutto il tempo per raccontare una storia, focalizzandosi solo su alcuni dettagli e lasciando – volutamente o meno – scoperte altre zone d’ombra. I primi episodi, se pur animati dall’ascesa al potere di Lindbergh e dall’oratoria del personaggio di John Turturro, rimangono prettamente statici dal punto di vista della trama, per esplodere poi nel finale di stagione;

2. La seconda considerazione che viene in rilievo è che The Plot Against America non è una serie fatta di personaggi, ma di idee. Non vi è alcuna attenzione alla costruzione dei singoli personaggi, essi acquistano significato in quanto personificano un concetto. Non vi è alcun intento di approfondire un singolo character, essendo lo stesso solo e unicamente funzionale alla storia, al disegno di Simon che intende veicolare il solo messaggio per cui chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo.

 

Part 5 1×05 ND milioni – ND rating
Part 6 1×06 ND milioni – ND rating

Lunatica, brutta, cinefila e mancina. Tutte le serie tv sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.

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