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We Are Who We Are 1×07 – Right Here, Right Now #7TEMPO DI LETTURA 7 min

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Nell’episodio che anticipa il gran finale, la serie di Luca Guadagnino comincia a tirare le somme, confermando tutto ciò che di buono si è visto finora e, al tempo stesso, spazzando via ogni dubbio sulla sua effettiva riuscita. Questo capitolo 7 inquadra infatti un altro “momento fisso” delle vite dei protagonisti, aggiungendo un altro tassello, tra i più significativi, al loro incredibile percorso, avendo sempre bene in chiaro cosa raccontare e soprattutto come.
Conoscendo la filmografia del regista italiano, ma anche solo limitandosi allo show televisivo, arrivati a questo punto quasi non stupisce più la grazia e l’aderenza infinita al reale con cui vengono affrontati temi universali, tanto attuali quanto controversi, come l’identificazione di genere, la vita militare, la religione, la famiglia, il sesso. Guadagnino scevra le paure, le confusioni, le contraddizioni umane e sociali, toccando differenti generazioni, infine dosando e variando la messa in scena con una versatilità unica. Sa quando usare il giusto tatto e quando, al contrario, bisogna spingere, osare, creare persino disturbo nello spettatore, con coraggio ma senza mai risultare fuori luogo, tutto in funzione del racconto, del percorso dei  suoi personaggi e nel rispetto delle loro idee e dei loro sentimenti.
Stavolta, il “momento fisso”, il “Right Here, Right Now” di puntata è allora dei più classici ma anche dei più tristi, ossia l’elaborazione del lutto, del soldato Craig, che in maniera diversa colpisce la totalità dei protagonisti (e che Guadagnino era stato magistrale nel far incrociare la strada con ognuno di loro, direttamente o no, enfatizzandone così l’empatia in chi guarda). Un evento tragico, la morte di un giovane ragazzo, spesso affrontato nei “teen drama” statunitensi, in cui ancora una volta l’autore riesce a differenziarsi, ad incidere una sua personale impronta. La scomparsa di Craig, infatti, diventa l’occasione per portare allo stremo tutti i fantasmi, tutti i rancori, tutti i dubbi che i protagonisti si stanno portando dietro da tempo; in un colpo solo mette in discussione la ricerca di identità di ognuno di loro, ossia il tema centrale della serie, facendogli scoprire l’importanza dell’altro, dei propri affetti, nelle loro vite, quanto non possano rinunciarci nonostante ciò che pensavano. Ognuno di loro, allora, sembra attraversare le diverse e riconosciute fasi dell’elaborazione del lutto, originate dal vuoto interiore che la scomparsa di Craig scatena. Da quella della negazione, che coinvolge Fraser quanto sua madre, o di facciata dei più cinici e distaccati nei confronti della notizia, fino alla rabbia di Danny e di suo padre, che addirittura fa una scenata davanti a tutta la base; passando poi per la contrattazione, vedi Cait che si ricongiunge ai vecchi amici nella condivisione del dolore o, al contrario, Maggie e Jenny che giungono alla decisione di separarsi (vicenda che si ripercuote nel confronto tra Sarah e Maggie a fine episodio, come si vedrà più avanti); è poi la volta della depressione, ben rappresentata dalle struggenti urla di Danny oppure, stavolta per estensione, da Fraser e dal scolarsi un’intera bottiglia di liquore, una volta tornato a casa; fino all’accettazione, con quel finale pazzesco che vede ancora Danny riabbracciare la sua fede, dopo aver “negato” Dio di fronte agli altri, e a cui invece torna ad affidarsi appunto dopo aver rischiato l’overdose. O come, ancor più sottilmente, fanno Caitlin e Fraser, che dopo essersi allontanati per un attimo, ritornano a contare uno sull’altra, a ritrovare l’accettazione di se stessi nel riconoscimento (ora positivo) dell’altro.
Perché se l’affermazione della propria identità, in questa puntata, subisce la sua crisi più problematica, di riflesso va in confusione anche il rapporto con l’alcol, la droga e il sesso, attraverso cui i protagonisti esprimevano, a seconda dei casi, il rapporto con l’altro, celebrando e spesso esaltando la propria felicità e spensieratezza del momento, oppure affermando la propria diversità dai costrutti sociali e dalla generale condanna morale verso di essi. La chiave della rappresentazione di tutto ciò è l’uso che Guadagnino fa della stessa ambientazione, la villa dei russi, stravolgendo completamente l’atmosfera della sua prima apparizione. Quella villa, passando da ospitare un matrimonio ad una più lugubre veglia funebre, arriva a rappresentare la terribile caducità della vita, la testimonianza più vera e dolorosa di come la bellezza o meno di un luogo dipenda indissolubilmente dalla condizione del nostro animo. E così, di pari passo, l’alcol e la droga stavolta non presentano alcuna funzione di pura sfrenatezza e gioiosa passionalità, ma sono solo il viatico dell’auto-distruzione. Stessa cosa dicasi per il sesso, che adesso riflette solo la loro confusione interiore, il disperato desiderio di un abbraccio, vedi Sam che affronta il dolore per la perdita del fratello gettandosi tra le “sicure” e famigliari braccia di Cait (e viceversa), o Danny e Valentina accomunati dall’amore per la stessa persona (e poi allontanatisi per la sua perdita). Dinamiche tanto simili a quelle che colpiscono, dall’altra parte, Fraser, affascinato dalla figura libera e “matura” di Jonathan, quasi ansioso di buttarsi nel ménage a trois quando gli si palesa davanti e cedere alle proprie pulsioni (va notata a tal proposito la sua insolita richiesta di “acqua” alla ragazza, ad indicare tutto il suo spaesamento), per poi scappare impaurito e disorientato quando arriva il momento di andare fino in fondo.
Proprio Fraser, nella sua apparente estraneità alla vicenda, è tra i rappresentati più profondi dell’altra faccia della medaglia, di chi al momento del lutto non ha nessuna spalla su cui piangere, oppure crede di non averne semplicemente bisogno, che invece arriva a spogliarsi una volta per tutte della propria corazza. In questo episodio c’è tutta la solitudine e l’abbandono che inconsciamente lo perseguitano, che lo hanno spinto a rifugiarsi in Caitlin, a ricercare all’inizio i suoi amici pur non “c’entrando niente con loro”, ad avere sempre quello sguardo “perso” che Jonathan fa notare alla sua amante. Perché come detto, insieme al disorientamento interiore, la puntata è decisa ad evidenziare anche tutte le fragilità dei protagonisti, specialmente nel loro rapporto con l’altro. E lo fa partendo sì dai ragazzi, da Fraser, ma arrivando a toccare pure i più insospettabili. Se infatti quelle dei genitori di Caitlin e Danny, in quanto personaggi più “puri” e genuini, vengono fuori quasi prevedibilmente, non si può dire la stessa cosa per i genitori di Fraser.  In primis Sarah, il colonnello che deve “prendere decisioni” forti, colei che appunto non ha problemi a spogliarsi davanti ai suoi sottoposti, che chiaramente ha una relazione aperta con sua moglie e considera le altre persone “semplici”, ma che una volta a casa, quando è finito tutto, non può fare a meno di lasciarsi andare alla preoccupazione e alla gelosia, ora con Fraser ora con Maggie, chiedendole di troncare con Jenny. Non è esente a quest’esposizione nemmeno la stessa Maggie, che è in realtà molto più delusa dalla fine del rapporto di quel che vuole far trasparire, ad entrambe le sue amanti, spingendosi addirittura a consigliare alla consorte di allontanare tutta la famiglia (compresa Cait, che sa bene quanto sia invece cruciale per Fraser). E proprio questi incroci di trama dagli sviluppi oltremodo intensi (in cui vanno fatte rientrare anche la faida tra Richard e Sarah e le attenzioni di quest’ultima nei riguardi di Cait), non fa che denotare che oltre all’assoluta bravura nella messa in scena, di un riconoscibile quanto complesso approccio alle tematiche affrontate, da parte di Guadagnino e soci c’è anche e soprattutto un’attenta premura nella narrazione e nei suoi imprescindibili meccanismi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Le fasi dell’elaborazione del lutto, attraverso tutti i personaggi 
  • La solitudine di Fraser 
  • Lo stile, versatile quanto riconoscibile, di Guadagnino 
  • La stessa ambientazione, la mitica villa, eppure è completamente cambiata 
  • Sesso droga & rock ‘n’roll, ma stavolta nella sua forma distruttiva 
  • Le fragilità “insospettabili” di Sarah e Maggie, contrapposte poi a Richard e Jenny (e ai loro rispettivi legami) 
  • La fuga di Jonathan e il pianto sotto la pioggia
  • La scena finale di Danny
  • Niente, il percorso è compiuto

 

Con l’avvento della nuova e più recente Golden Age della serialità televisiva americna si è arrivata a usare, molto spesso a sproposito, la definizione di “film lungo tot ore” ad indicare quei prodotti giudicati più vicini, per qualità tecnica e visiva, al “cinema vero”, a volte quasi a giustificare l’esaltazione di un media che da sempre ha vissuto di storica sudditanza nei confronti di Hollywood e del grande schermo in generale. We Are Who We Are è invece uno di quei (pochi) casi in cui tale accezione sembra essere più calzante che mai, a partire dal semplice titolo, che si riflette poi sull’estrema continuità stilistica e narrativa della messa in scena. D’altro canto, però, per la costruzione sempre più progressiva e tanto minuziosa dei protagonisti, per la cura del racconto e delle sue tematiche affrontate da ogni singolo episodio, che da un lato ne vede consumarsi alcune e dall’altro svilupparne delle altre, ancor più forti, in chiave futura, quella di Luca Guadagnino è soprattutto una grandissima serie.

Gianvito Di Muro

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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