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Lovecraft Country 1×07 – I’mTEMPO DI LETTURA 5 min

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Il giusto aggettivo per definire queste prime sette puntate di Lovecraft Country è: incostante. Partito con un pilot che colpisce fin dalla prima scena per poi finire con un combattimento che sembra uscito direttamente da un libro di P.H.; l’andamento della stagione è dettato da alti e bassi, non riuscendo a definirsi del tutto. Il voler trattare argomenti come il razzismo e le discriminazioni – miscelando eventi dell’America degli anni Cinquanta con argomenti purtroppo fin troppo validi anche nella società contemporanea – utilizzando il linguaggio del cinema horror e fantascientifico è una strategia vincente. Ma che non sempre è stata trattata nel modo giusto.
È una bella stagione? Ci sono solo buone idee di partenza, ma ogni tanto si perde? Non si è ancora capito. La miscela di generi, sottogeneri, temi socio-culturali e sprazzi di mitologia non sin è rivelata una scelta facile da gestire. Quel che è chiaro è che Misha Green si sia impegnata per scrivere una denuncia di carattere sociale a 360°. Toccando problematiche sia già trattate da molteplici prodotti cinematografici e televisivi sia argomenti che passano spesso in sordina.

“Now that I’m tasting it… freedom… Like I’ve never known before, I see what I was robbed of back then. All those years, I thought I had everything I ever wanted, only to come here and discover that all I ever was was the exact kind of Negro woman white folks wanted me to be. I feel like they just found a smart way to lynch me without me noticing the noose.”

Seguendo il filone che la serie aveva preso negli ultimi episodi, anche questa volta ci si concentra su un personaggio in particolare: Hippolyta. Character secondario relegato solo al ruolo di moglie di George – che ha avuto un veloce quanto bell’arco narrativo – si prende di prepotenza lo spazio che le spetta.
Per Ruby e Leti il discorso si sviluppa sull’essere una donna nera in un mondo governato da bianchi che non vogliono cedere il potere che si sono presi; mentre Christina cerca di farsi strada in una colta setta dove la possibilità di poter studiare è un privilegio esclusivamente maschile. Nella seconda metà di puntata, Hippolyta scopre in seguito ad un incidente un modo per viaggiare in mondi paralleli attraverso varie epoche, ritrovandosi faccia a faccia con se stessa e una verità difficile da ammettere: quanto per tutta la vita si sia fatta da parte – si sia rimpicciolita (“I’ve been shrinking.“), per usare un termine caro alla protagonista – per gli altri. Non solo per le aspettative dei bianchi, ma anche per non ostacolare George e il suo lavoro e così aver accettato di interpretare il ruolo di mamma e casalinga senza ambire mai ad essere qualcosa di più. Emblematica per questo discorso è la prima scena di “Sundown” dove Hippolyta manifesta il desiderio di poter far lei il viaggio in programma per la guida, ma George la liquida in fretta perché potrebbe essere troppo pericoloso.
Le alternative per lei non ci sono mai state: se sei una madre e una moglie, il comodo e sicuro focolare domestico è il posto perfetto per te. Alla luce di questa dinamica, l’incontro con Josephine Baker è emblematico. Considerata una delle prime star nere grazie alla sua carriera come ballerina, nel 1927 entra nel mondo del cinema. Di forte impatto risulta essere il suo impegno sociale alla lotta contro al razzismo tanto che nella seconda guerra mondiale diventa un’agente del controspionaggio. Altri riferimenti alla storia nera e alla schiavitù sono disseminate lungo la puntata.
Impossibile ignorare il combattimento della tribù contro l’esercito e prima di esso il monologo di Nawi che è l’ultimo schiaffo in faccia a Hippolyta e alla sua presunta libertà. Libertà che – dice la guerriera – si riduce al cucinare per loro, lavorare per loro e crescere i loro figli.

I’m not real. I’m just like you. You don’t exist in this society. If you did, your people wouldn’t be seeking equal rights. You’re not real. If you were, you’d have some status among the nations of the world. So we’re both myths. I do not come to you as a reality. I come to you as the myth. Because that’s what Black people are. Myths.

“I’m” soffre però di un difetto che è impossibile da ignorare. Il messaggio è potente, è chiaro, ma viene veicolato nel modo sbagliato, prendendo più della metà del tempo per seguire i sogni proibiti di Hippolyta prima come ballerina, poi come guerriera ed infine ricongiungendosi col marito. Scene che prendono fin troppo spazio facendo bloccare la trama orizzontale che, in dirittura d’arrivo con la stagione, non può permettersi blocchi di questo tipo essendoci ancora tante domande in sospeso.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La consapevolezza finale di Hippolyta
  • I personaggi femminili son trattati in modo non stereotipato e viene enfatizzato cosa voglia dire essere una donna in una società maschilista
  • La puntata, della durata di quasi un’ora, risulta essere noiosa. Tutto sa di un già visto nelle scorse puntate
  • La trama principale si perde per lasciar spazio ad un singolo personaggio. Ma il tempo a lei dedicato, sebbene ci siano molte citazioni a personaggi storici e alla cultura nera, è tentennante

 

Lovecraft Country si sta rivelando una serie che segue un andamento da montagne russe. Entusiasmante l’inizio, momenti morti alternati da momenti degni di nota che non creano fluidità nella qualità della serie rendendola, nella sua globalità, né carne né pesce. La speranza è che le ultime tre puntate riescano a recuperare i difetti e a chiudere bene una storia che aveva tutti i presupposti per essere una serie degna di nota.

 

Un tempo recensore di successo e ora passato a miglior vita per scelte discutibili, eccesso di binge-watching ed una certa insubordinazione.

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