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Marvel Studios: Assembled 1×02 – The Making Of The Falcon And The Winter SoldierTEMPO DI LETTURA 6 min

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Marvel Studios: Assembled 1x02 Recensione

Nonostante WandaVision fosse una serie con molte chiavi di lettura e particolare da studiare attraverso un documentario apposito, ciò non vuol dire che Marvel Studios: Assembled non si applichi bene anche a prodotti più classici come The Falcon And The Winter Soldier.
Pur essendo infatti questa una serie molto più semplice sotto certi versi, nasconde molte chicche interessanti. È inoltre importante dar credito alle tematiche sociali (e sorprendentemente attuali) proposte nella stessa e vedere come queste siano state studiate, applicate e discusse nel processo creativo e di realizzazione.

A GROUNDED SETTING


“From the outset, the goal was to be very grounded. Endgame was the battle of the titans in a universe that was from a stellar place. So, the swing of the bat here was to bring all of that into a very relatable, very grounded character place, so that really the super side of it became embedded in character. But it was also embedded in a very real world.”

Trai vari Infinity War e Endgame nel recente passato dell’MCU e pellicole come Shang-Chi And The Legend Of The Ten Rings e Eternals in arrivo quest’anno, l’Universo Cinematografico Marvel ormai è avvezzo ad ambientazione e personaggi quasi mitologici, con connessioni sempre più radicate con lo spazio e la magia.
Al contrario, Sam Wilson e Bucky Barnes sono due eroi la cui storia e il cui terreno rimane esclusivamente quello più comune e umano. Le minacce che devono affrontare sono in scala – se è possibile fare un paragone simile – molto più ridotta rispetto a quelle di un Doctor Strange o un Thor.
Questo tuttavia non è affatto un difetto e anzi diviene possibile affrontare e approfondire tematiche altrimenti intrattabili. Nessun progetto infatti poteva essere più adatto per esplorare la società post-Blip e le conseguenze di questo evento. Il Blip (nome che – va ricordato – è associato allo schiocco di Thanos) è un evento totalmente fuori portata per un normale essere umano ma che ha ovviamente avuto un impatto di portate incredibili su tutta la popolazione terrestre. È proprio l’idea di esplorare le conseguenze che avrebbe un ritorno alla normalità dopo una simile tragedia a rendere la serie così intrigante e affascinante.
Karli Morgenthau, come spiegato nel corso delle interviste, rappresenta idealmente una potenziale eroina che oltrepassa i confini della legalità spinta dall’oppressione e dall’indifferenza dei potenti. Proprio per questo è così facile empatizzare con lei e sostenere la sua ideologia nonostante rimanga, di fatto, il villain della serie. Ella rappresenta quella categoria di persone abbandonate a sé stesse dai governi per l’impossibilità di realizzare una società giusta per tutti. Nonostante ovviamente la nostra realtà non abbia mai dovuto attraversare qualcosa di simile, è estremamente facile (per alcuni più che per altri) rivedersi in Karli e nei Flag Smashers.

“Even though the pandemic hadn’t hit yet, that all just exacerbated a feeling folks were having. And if you’re black, you’ve been having it your whole life, which is: the game is rigged, the people who are at the top are becoming irresponsible. We Accept that the game is rigged, but now, they’re getting irresponsible in how much they’re taking from us, and people just have to push back.”

IL RETAGGIO ED IL SIMBOLISMO DELLO SCUDO


“I’d felt like we would be dishonest to the fans […] just on a human level, if we had this black man just accept this symbol without having real ambivalence about it. And we knew that that was gonna be crucial to Sam’s burden.”

Ovviamente un altro punto cruciale della serie riguarda il dilemma di Sam sull’accettazione dello scudo e, di conseguenza, del simbolo di Captain America. Ciò si ricollega in modo molto stretto al tema del razzismo in America, probabilmente per la prima volta esplorato in maniera così tanto ampia e diretta.

“As a black man, to take on the stars and stripes and wear that proudly, that’s not something that Sam Wilson would do out of the box. The notion of exploring what Blackness means in America was kind of the hypothesis of the show, and the notion of legacy was something that both Sam and Bucky, in the show, explore.”

È evidente in effetti come l’accettazione di Sam e nei confronti di Sam come Captain America fosse alla base della serie. Il punto di partenza dello show è proprio una delle ultime battute del personaggio di Anthony Mackie in Endgame: “[It feels] like it’s someone else’s.”
Non è un caso che con questa citazione si apra il primissimo episodio della serie, proprio a dare il riassunto necessario allo spettatore per comprendere il motore di tutta la narrazione. Il percorso di Sam (e in parallelo anche quello di Bucky, anche se di natura leggermente diversa) è ovviamente il fondamento dello show e costituisce un ottimo aggancio per approfondimenti sul patriottismo e il razzismo. Tant’è che infatti due degli elementi più studiati, ri-arrangiati e discussi nel processo decisionale e creativo della serie riguardano il personaggio di Isaiah Bradley e il monologo finale di Sam ai senatori.

RIPRESA E MONTAGGIO


Non sono state poche le problematiche che hanno ostacolato le riprese di The Falcon And The Winter Soldier. Inizialmente infatti i terremoti a Porto Rico hanno costretto a un cambio improvviso di location, con annesse modifiche al copione ovviamente. Una volta adattato il tutto al nuovo setting, ovvero Praga, è però scoppiata l’epidemia del COVID, situazione che ha anche portato a un sensibile ritardo nella realizzazione della serie.
Oltre ai retroscena sulle riprese travagliate della serie, Assembled approfondisce anche tutti gli aspetti tecnici dello show. In una serie così tanto action come The Falcon And The Winter Soldier, il comparto di effetti speciali e in generale di ricostruzione e montaggio virtuale sono stati pesantemente coinvolti. Sia nella realizzazione delle scene di volo di Falcon che anche banalmente nella ricostruzione paesaggistica del setting delle sequenze d’azione (durante le quali, il più delle volte, gli attori si trovavano in studio e non realmente all’aperto). Vedere come vengano ricreati gli ambienti esterni in maniera tanto fedele e accurata da risultare praticamente indistinguibili dalla realtà è sicuramente una parte affascinante di questo documentario.
Uno dei luoghi però più interessanti anche all’interno della serie stessa è senza ombra di dubbio la città fittizia di Madripoor. Anche lo studio dietro la realizzazione di quest’ultima è stato estremamente accurato, ricercando elementi da luoghi realmente visitati e esistenti e applicandoli a un contesto da sottobosco criminale.
In generale, le informazioni riguardo questa serie sono molte più di quanto ci di potesse aspettare e rendono questo sguardo sui retroscena della stessa incredibilmente interessante. L’altissima qualità dello show già rendeva la cosa abbastanza evidente, ma con questa docuseries è ulteriormente appurato l’impegno e la mole di lavoro necessaria per la sua realizzazione in ogni suo più minuscolo dettaglio.


Il secondo appuntamento con la Docuseries Marvel non solo riconferma quest’ultima come un’interessantissima fonte di informazioni e dettagli, ma anche una piacevolissima visione di per sé. Tra le varie interazioni di Mackie, Sebastian Stan e Daniel Bruhl e le interviste, il documentario rimane utile ma anche divertente. Ovviamente Suitkovia rimane il punto più alto dell’episodio, senza ombra di dubbio.

Appassionato di horror, fantasy e soprattutto di fumetti. Così disorganizzato che anche la stesura della biografia è stata procrastinata all'inverosimile, cerca di andare avanti a passi piccoli e costanti, ma finisce per essere distratto dalle mille serie e film che escono lungo il tragitto.
Avvertenze: di norma è gentile e amichevole, ma parlare di viaggi nel tempo potrebbe innescare in lui "l'effetto Gremlin".

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