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Dr. Death 1×08 – Hardwood FloorsTEMPO DI LETTURA 5 min

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Dr-Death-1x08 Avvocato: “…you can’t take the stand. You’re emotionally driven. And when you’re emotional, you can’t control what you say.”
Duntsch:
“Try me.”
Avvocato: “You are a drug-and alcohol-addicted surgeon who was too impaired to perform surgeries.”
Duntsch: “Allegedly. None of that was…”
Avvocato: “Like a drunk driver, which, by the way, you have on your record, Mr. Duntsch.”
Duntsch: “Doctor.”
Avvocato: “No, you’re no longer a doctor. You had your license stripped.”
Duntsch: “Temporarily.”
Avvocato: “Not if we have anything to do with it. And how about that email? The one in which you’re prepared to become a cold-blooded killer.”
Duntsch: “I never meant for that to be taken literally…”
Avvocato: “You wrote it. So it was just a coincidence that you wrote that email to your lover, who also happens to be your assistant, just prior to killing or maiming over 33 patients?”
Duntsch: “It’s not my fault! The anesthesiologists and the nurses and the fat fucking patients…”

Dr. Death chiuso il cerchio narrativo nella precedente puntata, essendo riuscito a ricollegarsi perfettamente al pilot, dedica in maniera ottimamente ben gestita l’intera puntata finale al processo ai danni del dottor Duntsch riuscendo a ritagliare momenti di intimismo familiare (Christopher ed il padre) a spaccati sul futuro di determinati personaggi (Michelle ed Henderson). Tutti elementi di cui verrà reso edotto il pubblico al termine della puntata visto che gli ultimi 2-3 minuti saranno condensati di diverse informazioni relative ai principali personaggi in scena.

ACCUSA VS DIFESA


Ma è il processo l’oggetto principale della puntata ed il fatto di vederlo analizzato per quasi un’ora potrebbe far pensare ad un episodio noioso o comunque di non alto intrattenimento. Sicuramente non ci si ritrova di fronte ad un magnetismo scenico al pari di qualche serie tv action movie (così come è stata tutta la serie), bensì ad un’ora circa di dialoghi ben orchestrati, analisi mediche accurate e spiegate senza troppi tecnicismi. C’è spazio per tutti i pazienti danneggiati da Duntsch, ed apparsi nelle precedenti puntate, di deporre al banco dei testimoni per dimostrare al mondo intero cosa volesse dire ritrovarsi come chirurgo di fiducia Christopher Duntsch. Si tratta di un processo che si svolge senza colpi di scena, perché la storia giustamente non ne prevede, ma che risulta non tediosa anche per via di dar spazio allo spettatore di conoscere quale fosse la linea difensiva su cui credevano di poter fare riferimento gli avvocati del chirurgo. Una linea difensiva banale, ma l’unica effettivamente credibile: con l’esiguo numero di ore di pratica medica, Duntsch non avrebbe dovuto poter mettere piede in sala operatoria, quindi la colpa delle sue pessime operazioni è da andare ad addossare a chi gli ha permesso di arrivare fino a lì.

LE TESTIMONIANZE


Una difesa che viene fatta a pezzi in maniera minuziosa da ogni singolo ex-paziente che decide di testimoniare (tra cui anche Jerry Summers), oltre a Kirby, Henderson e Morgan che risultano utili a presentare determinati parallelismi alla giuria per farla capacitare dei grossolani errori di Duntsch.
Da annotare, poi, come la presunzione a tratti teatrale del chirurgo (una vena scoperta che gli impedirà di testimoniare lui stesso) rappresenti un elemento che lentamente si azzera nel momento in cui inizia a realizzare in quale terribile situazione si sta per ritrovare. È il suo avvocato a metterlo di fronte all’evidenza dei fatti, prima spiegandogli perché non potrebbe testimoniare e infine mettendolo di fronte all’unica possibilità che aveva di salvarsi: addossare le colpe a chi doveva vigilare nella sua preparazione medica, un affronto se si pensa al Christopher Duntsch di alcuni episodi fa e all’ego smisurato che metteva in mostra ogni volta che sottolineava il suo incarico lavorativo presso la Baylor Plano.

IL FATTORE UMANO


All’interno della puntata viene richiamata l’email già apparsa nella sesta puntata, forse il reperto cruciale per riuscire a convincere definitivamente la giuria della colpevolezza e dello status mentale di Duntsch. Coinvolgente e carico di emozioni, per quanto rapido, è l’arringa finale di Michelle poco prima che la giuria si riunisca per deliberare: un accorato appello all’umanità, un fattore sociale che Duntsch sembra non aver mai avuto e grazie al quale, ironia della sorte, verrà ritenuto colpevole seguendo quasi una pena del contrappasso di dantesca memoria.

“Look at the faces of the lives that were ruined. We didn’t bring them to you to have you convict him based on sympathy. We bring them to you so that you can know everything the defendant knew. How many patients should it take before you know that what you’re doing is hurting people?
One, two, three? You make your best friend a quadriplegic? Four, you kill? Five, you kill? Should I list all 33? I want to call them tragedies but that implies no one could have seen them coming. These were assaults.”

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Personaggi secondari iconici
  • Dialoghi
  • Riuscire a rendere non noiosa un’intera puntata dedicata ad un processo
  • Joshua Jackson
  • Arringa finale di Michelle
  • Valore informativo del prodotto con minuti finali dedicati a rendere edotto il pubblico di quanto successo dopo i fatti presentati
  • Testimonianze varie degli ex pazienti
  • Terminata la narrazione su svariate linee temporali, il voto non può che attestarsi ad una benedizione completa
  • Forse la deposizione di Kirby era eccessivamente fuori luogo, considerato il contesto

 

Peacock confeziona uno show d’intrattenimento, con personaggi (anche secondari) abbastanza iconici nel loro piccolo, riuscendo a portare al pubblico una raffigurazione a tratti enigmatica di un personaggio della storia medica recente degli USA. Un dottor morte spietato dal punto di vista delle terapie da mettere in atto, incapace di prendere in considerazione il risvolto umano del proprio lavoro se non per trarne un beneficio puramente personale. Un macellaio di uomini dalle cui mani sono rimaste lesionate 33 persone.
Da annotare, poi, un Joshua Jackson perfettamente calato nel ruolo e che allontana dalla mente dello spettatore la figura amichevole e gentile che era rimasta impressa dopo Fringe. Candidatura agli Emmy? Perché no.

Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal.
Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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